Se si osservano soltanto le mappe operative, il bilancio del conflitto sembra netto. Stati Uniti e Israele hanno colpito una parte consistente dell’apparato militare iraniano, degradato infrastrutture missilistiche e nucleari, ridotto drasticamente la capacità della Marina e ucciso numerosi vertici politico-militari del regime. Sul piano strategico, però, il quadro è molto meno lineare. Teheran non ha mai impostato questa guerra con l’obiettivo di prevalere militarmente. Il suo scopo è sopravvivere, reprimere l’opposizione interna e aumentare il costo politico, economico e diplomatico dell’intervento occidentale, trasformando una sconfitta tattica in un risultato politico.

È la logica della Mosaic Defense, la dottrina sviluppata dalle Guardie della Rivoluzione a partire dal 2005. Il principio è decentralizzare il comando, predisporre strutture di riserva, disperdere uomini e mezzi e garantire la continuità operativa anche dopo la distruzione dei principali centri decisionali. La guerra diventa così una prova di resistenza più che di superiorità tecnologica.
La vera arma strategica iraniana si è rivelata lo Stretto di Hormuz. Per anni gli analisti militari occidentali hanno considerato l’eventuale chiusura dello stretto come uno scenario possibile ma improbabile. Teheran, al contrario, ha progressivamente deviato la propria strategia dalla guerra convenzionale, all’escalation nucleare. Ma quella più efficace si è rivelata la minaccia commerciale. Mine navali, missili costieri, droni, motoscafi armati e capacità di guerra asimmetrica consentono infatti di compromettere il traffico commerciale. Anche dopo la perdita di molte piattaforme militari, queste risorse sono sufficienti a mantenere elevati i rischi per la navigazione e i costi assicurativi. La priorità della campagna americana si sposta così dalla distruzione delle capacità iraniane alla riapertura della principale arteria energetica mondiale. Teheran, Intanto, dimostra che non serve controllare il Golfo Persico per esercitare un forte potere negoziale.

Superiorità militare e vittoria politica non coincidono

Sul piano militare, il bilancio resta favorevole a Washington e Gerusalemme. Secondo le principali stime, l’arsenale missilistico iraniano passa da circa 2.500 vettori a poco più di un migliaio, i lanciatori operativi si riducono da circa 480 a un centinaio, la marina convenzionale viene in larga parte neutralizzata e gli impianti di arricchimento dell’uranio subiscono danni significativi. Ma questi risultati non coincidono automaticamente con una vittoria politica. Il regime resta al potere, reprime con estrema violenza ogni dissenso, conserva una rete di proxy regionali, mentre non si sa dove sia l’uranio arricchito e in che stato si trovino le infrastrutture del programma nucleare. Infine, l’allentamento delle sanzioni e la graduale ripresa delle esportazioni di petrolio potranno fornire le risorse necessarie per ricostruire parte delle capacità perdute. Anche sul piano della comunicazione, la Repubblica islamica presenta la sopravvivenza del regime come una vittoria contro una coalizione militarmente superiore. Una narrativa che contribuisce a rafforzarne la legittimazione interna ed il sostegno popolare (evidenziato dalle folle ai funerali di Kahmenei). Il memorandum firmato il mese scorso è ormai carta straccia e, comunque, non affrontava seriamente le questioni decisive: il destino delle scorte di uranio arricchito, i controlli internazionali, il programma missilistico e il ruolo delle milizie alleate di Teheran. La guerra convenzionale non è forse ancora ripresa a piena forza, ma l’escalation cinetica degli ultimi giorni è evidente a chiunque. Intanto, la competizione strategica prosegue senza interruzioni sul piano economico, diplomatico e informativo. La storia dimostra che la superiorità militare non garantisce automaticamente il successo politico. Se gli obiettivi finali non sono chiaramente definiti e sostenuti da una strategia coerente, anche una campagna militarmente vincente può produrre un equilibrio instabile. Ed è proprio questa la situazione che oggi caratterizza il Medio Oriente: un conflitto meno intenso, ma tutt’altro che concluso.

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Chimico industriale, Chimico teorico, Giornalista, Comunicatore scientifico con una grande passione per la storia e per la ricerca in campo energetico. Autore di 900 analisi, saggi, articoli di divulgazione e di circa 100 articoli scientifici, brevetti, conferenze, contributi a congressi, 2 libri.