«I resti del fronte del Sì risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza». Così potrebbe terminare il bollettino della vittoria della coalizione (campo largo, Cgil, sotto la guida dell’Anm) dopo il successo del No nel referendum sulla magistratura. Noi, sostenitori del Sì, possiamo stringere patti per continuare la lotta per una giustizia più giusta, in favore del garantismo; ma la sconfitta è pesante.

È vero che i precedenti tentativi di riformare l’ordinamento giudiziario per via referendaria, promossi dagli instancabili radicali, non hanno mai ottenuto tanti suffragi come nella consultazione del 22-23 marzo; ma è altrettanto vero che il No ha incassato 2 milioni di voti in più e ha vinto di larga misura in larga parte del Paese. A questo dato si aggiunge la beffa di aver perso la sfida della trasversalità, nel senso che l’eletta schiera della sinistra del Sì – che si è battuta con coraggio e determinazione – è stata surclassata sul piano dei consensi da quei pezzi dell’elettorato di centrodestra che, nel segreto dell’urna, hanno votato No. Infine, c’è il voto dei giovani, delle periferie e degli astenuti nelle elezioni politiche, che hanno trovato, nella campagna elettorale farlocca del No, una motivazione per scendere in campo e per riconoscere, con il voto, una legittimazione democratica al colpo di Stato delle procure ai tempi di Mani Pulite.

Dopo il referendum, la rivoluzione giudiziaria diventa istituzionale e la Seconda Repubblica conferma i suoi natali, che, come la Prima, fanno riferimento a una Resistenza: non a quella celebrata da Piero Calamandrei nella stele incisa sul Monumento di Cuneo, ma all’invito a «resistere, resistere, resistere» di Francesco Saverio Borrelli («Spunta il sole canta il gallo, Borrelli va a cavallo») rivolto a suo tempo ai sostituti del pool che sono più o meno gli stessi in campo anche oggi, da pensionati. Sono tante le cause che hanno determinato l’esito del voto nel referendum. Una però prevale, a mio avviso, su tutte le altre. Alla maggioranza degli italiani la condizione della giustizia sta bene così. La sfida vera dei referendum non era solo rivolta al potere debordante e sovversivo delle procure, ma all’ondata giustizialista, forcaiola dell’antipolitica che – attraverso gli abusi delle procure e del circuito mediatico-giudiziario durante tanti decenni – ha screditato le istituzioni, provocato l’eutanasia dei partiti e avvelenato i pozzi del vivere civile, portando alla ribalta della scena politica i prosseneti di questa subcultura.

C’erano le condizioni per invertire questo squilibrato rapporto di forza tra una cultura delle garanzie e la legge del taglione? L’elettorato ha detto di No. Le procure sono l’altra faccia della medaglia dell’invidia sociale, del populismo e dell’antipolitica. Questi vizi ormai strutturali non esisterebbero senza le procure deviate. Come ha scritto il penalista Filippo Sgubbi, non esiste più il binomio colpevole o innocente; è stato sostituito dall’alternativa tra puri e impuri; questi ultimi subiscono una presunzione di colpevolezza per la loro condizione di «privilegio» (non fa differenza se sia meritato o no), mentre le procure svolgono il ruolo di vendicatore degli oppressi. È la solita politica delle tre F: feste, farina, forca. Se ci va di mezzo qualche Alberto Stasi di turno, pazienza. Le divinità pagane pretendono sempre sacrifici umani, che ravvivano, al posto delle belve feroci, i moderni spettacoli circensi della gogna mediatico-giudiziaria.