Le cronache degli ultimi giorni riferiscono di un’inchiesta del Garante per la protezione dei dati personali sull’uso degli AI glasses di Meta, culminata – secondo indiscrezioni – in una proposta di sanzione di circa 44 milioni di euro, poi ridotta o azzerata dal Consiglio dell’Autorità. Il caso, riacceso anche da un servizio di Report del 9 novembre, solleva due questioni di fondo: il confine tra tecnologia e privacy e quello tra autonomia delle Autorità e controllo della Corte dei conti.

Sul primo punto, la differenza tra gli occhiali di Meta e un comune smartphone non sta tanto nella funzione, quanto nella percezione sociale e nella spontaneità della registrazione. Gli AI glasses, dotati di microcamere e assistenti vocali integrati, consentono lecitamente di acquisire immagini, video e conversazioni, sempreché i soggetti ripresi ne siano consapevoli, rispettando così garanzie di informazione e consenso previste dal Regolamento UE 2016/679. Tant’è vero che Meta li ha opportunamente dotati di un segnale luminoso che avverte della ripresa, così come per gli smartphone è normalmente riconoscibile l’intenzione di riprendere. Non vi è quindi ragione di temere un’insussistente invisibilità tecnologica che il Consiglio del Garante sembra avere escluso, non avendo ravvisato negli occhiali AI Meta alcuna capacità di raccogliere dati in modo ubiquo e non percepito.

Più delicato il secondo profilo. L’eventuale intervento della Corte dei conti per danno erariale, a fronte di una decisione del Consiglio del Garante difforme dalla proposta dei propri uffici, aprirebbe un conflitto istituzionale. Le Autorità indipendenti, come quella per la privacy, sono state istituite proprio per sottrarre determinate funzioni al circuito dell’indirizzo politico e della responsabilità amministrativo-contabile. La discrezionalità nel dosare la sanzione non è atto gestionale, ma espressione di un potere regolatorio e quasi-giurisdizionale: sottoporla a sindacato contabile significherebbe svuotare l’indipendenza dell’Autorità e introdurre un controllo surrettizio sul merito delle decisioni.

La vicenda Meta-occhiali, al di là del merito tecnico, mette dunque a nudo due frontiere sensibili: la tutela della privacy in un’era di dispositivi sempre più integrati e la difesa dell’autonomia delle Autorità contro interferenze che rischiano di piegare la vigilanza ai criteri della contabilità pubblica, snaturandone la funzione di garanzia.

Sergio Santoro

Autore