La politica politicante? Ecco Enzo De Luca: «Personaggetti in cerca d’autore». Firenze per lui è in festa, la Leopolda lo accoglie con ventidue applausi a scena aperta: «Stiamo assistendo all’emergere di un pulviscolo di gruppi della sedicente società civile. Piccoli contenitori che servono a trovare candidature, a proporre candidature per le prossime elezioni politiche», ha detto De Luca, definendoli «il peggio della politica politicante, tranne qualche figura obiettivamente di valore». «Per il resto personaggetti in cerca di autore», ha concluso Enzo De Luca.

Mentre a Firenze, alla Leopolda di Matteo Renzi, Enzo De Luca conquista con clamore la scena e i cuori di tanti, a Roma bisogna stare più attenti. Attenzione, soprattutto quando si va a pranzo. Occhio ai vicini di tavolo, ai commensali in ascolto. In un ristorante del centro della capitale, ormai qualche settimana fa, un noto kingmaker della sinistra romana è stato sentito parlare al telefono con un riottoso «Giuseppe». Gli diceva, con un vocione da importante grancassa toracica: «Ti dico che tu le primarie le devi fare. Non fare queste storie, sembra che tu non abbia ancora capito. Tu devi stare acquattato adesso, arrivare alle primarie e poi al momento del voto noi ti facciamo votare da tutti». Non sappiamo chi fosse dall’altra parte del telefono. Sappiamo che Giuseppe Conte ha raccontato di essere stato pronto a un passo indietro, pur di evitare le primarie: favorendo un terzo nome, progressista e competitivo. Dal Nazareno, dicono i Cinque Stelle, nessuna risposta. Dal Pd, nessuna disponibilità. E in segreteria c’è chi giura di non saperne nulla.

La risposta arriva in Direzione. L’applauso scatta forte. Molti si alzano in piedi. Elly Schlein spinge sull’orgoglio Pd, scalda i dirigenti e si toglie parecchi sassolini dalla scarpa. Il mittente è Giuseppe Conte. E stavolta non fa sconti. Su leadership, primarie, programma. E sui pesi all’interno della coalizione progressista. «Non è che uno vale uno» nella discussione, scandisce. «A noi, compagne e compagni, non ci ha regalato niente nessuno. Se siamo saldamente il primo partito di opposizione è perché ce lo siamo guadagnati con la fatica, con il sudore, con l’impegno a convincere le persone, una per una, che ci hanno consegnato il doppio dei voti delle altre forze. Alle europee, alle regionali e alle comunali», incalza Schlein. Poi mette in fila i punti. Di metodo e di merito. Il programma, innanzitutto: chi deve scriverlo e con quali regole d’ingaggio.

Per il Pd a quel tavolo devono sedere tutte le forze che vogliono concorrere all’alternativa alla destra di Giorgia Meloni. Quindi un programma comune che sia un «patto vincolante» per chi lo sottoscrive. «Ora dobbiamo affinare il programma comune affinché sia un patto vincolante per tutte e per tutti. Un patto che facciamo anzitutto con il Paese, con gli italiani. Non partiamo da zero. Prima il programma comune, poi la guida, perché chi guida deve guidare l’intera alleanza, non soltanto il suo partito». Prima il programma, poi il leader. Il contrario di quanto chiede Conte. Il conto, qui, non torna a nessuno dei due. E i riformisti dem? Giorgio Gori, dal canto suo, non considera le primarie una passeggiata di salute. E rilancia il doppio turno: «Le primarie non saranno una passeggiata di salute, Giuseppe Conte persegue apertamente un riequilibrio dei rapporti di forza interni, tanto sul piano della leadership quanto su quello dei contenuti. Pensiamo che debbano essere primarie a doppio turno con più di un candidato del Pd», ha detto Gori in Direzione.

«Conte dovrà fare i conti con la realtà. L’Italia non può sottrarsi dal sostegno a Kiev, non può fare come Orban», ha detto Paolo Gentiloni. E il centrosinistra dovrà fare i conti con i Prefetti. Perché non bastava il partito di un Generale, non bastava il partito delle Procure. Adesso scendono in campo anche i Prefetti. Franco Gabrielli. Ex prefetto di Roma, ex capo della Polizia, ex Dis, ora si candida. «Senza garanzie», premette in una lunga e bella conversazione con Aldo Cazzullo sul Corriere. Correrà alle politiche con la lista +Uno, quella di Ernesto Maria Ruffini. E dunque Più Uno diventa Più Due. Certo, si pone un tema. Un custode di segreti pubblici e privati che scende in pista. Ma è lui stesso a depotenziarne la carica esplosiva: «Le informazioni conosciute nell’esercizio di una funzione pubblica non appartengono alla persona che ricopre quell’incarico; appartengono allo Stato e restano protette dalla legge e dal dovere di riservatezza. Quel dovere non scade quando termina una funzione».

Un brocardo perfetto. Un magnifico richiamo al senso del dovere, alla grazia istituzionale. Ma c’è un ma. Il segreto su una certa persona, se sei stato ai vertici dei servizi, o della Polizia, o perfino soltanto di una Prefettura, intanto lo hai conosciuto. Le informazioni che possiedi, le ricordi. E le puoi usare, anche assicurando di non usarle mai. «In quale Paese civile si pensa di poter passare dai vertici dell’intelligence a quelli delle istituzioni dello Stato?», si era chiesto Matteo Renzi quando si fece il nome di Elisabetta Belloni. Chissà se quella considerazione vale ancora.

Avatar photo

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.