Milano
Quando la transizione ecologica fa ammalare, il dramma dei monoperatori: “Stiamo consumando la salute di chi tiene pulite le città”
La denuncia di Daniele Aliverti della FIADEL (Federazione Italiana Autonoma Dipendenti Enti Locali) Lombardia: “Non si tiene insieme l’economia circolare e un lavoro che invalida chi la rende possibile»
Un motocarro fermo in doppia fila, il lampeggiante acceso, e a pochi metri un solo operatore che solleva, trascina, si piega per svuotare l’ennesimo bidone. Duecento volte in poco più di sei ore, sotto il sole o sotto la pioggia, con il traffico che scorre a fianco.
Segretario Daniele Aliverti, tutto questo si traduce in oltre trentamila infortuni l’anno secondo l’INAIL, inidoneità in aumento, malattie professionali in crescita. Ma il monoperatore non nasce come un abuso: fu introdotto in un rinnovo contrattuale, con il consenso dei sindacati. Non è contraddittorio chiederne oggi l’abolizione?
«Non è contraddittorio, è onesto. Quando quel modello entrò nei capitolati, più di dieci anni fa, rispondeva a un’esigenza reale e condivisa: educare i cittadini alla differenziata e far salire in fretta le percentuali di riciclo. Ha funzionato, su quel piano. Ma un’organizzazione del lavoro non è un dogma: si giudica dai suoi effetti nel tempo. E dopo tredici anni gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Operatori e operatrici dichiarati inidonei in massa, spesso in modo permanente. Chi sosteneva quel modello aveva ragioni valide allora; chi lo difende oggi, con questi numeri davanti, non ne ha più».
Duecento sforzi a turno in effetti è un dato che colpisce. Da dove esce?
«Esce dai turni reali. Parliamo di una fatica fisica continua, ripetuta ogni giorno, per anni. A questo si aggiunge tutto il resto: caldo, freddo, pioggia, mezzi da manovrare. Non è più un rischio da valutare, è una certezza statistica. L’INAIL non fa che confermarlo, e i dati non calano: aumentano».
Lei parla di contraddizione tra obiettivi ambientali e condizioni di lavoro.
«Perché è esattamente ciò che accade. Chiediamo al settore di essere il motore della transizione ecologica e poi lo teniamo su capitolati che impongono una raccolta obsoleta e, di fatto, autolesiva. Il paradosso è che più funziona la differenziata, più pesa fisicamente sull’operatore singolo. Il risultato è una filiera di inidoneità ingestibili e di licenziamenti che diventano inevitabili: quando un lavoratore non può più svolgere la mansione e l’azienda non ha dove ricollocarlo, il destino è segnato. E dietro ogni inidoneità c’è una famiglia. Le ricadute sociali sono pesantissime».
C’è un rischio di cui si parla meno della fatica fisica: la strada.
«È il rischio che mi tiene sveglio la notte. La raccolta manuale costringe a lasciare il mezzo praticamente in mezzo alla circolazione, in doppia fila, in curva, spesso in punti dove non dovrebbe stare. L’operatore scende, carica a terra, risale, riparte, si ferma di nuovo cento metri dopo. In una città congestionata significa esporre le persone al rischio di investimento a ogni fermata. Allo sforzo fisico si somma un pericolo grave, quello del traffico. E si ripete decine di volte a turno».
La denuncia è chiara. Le soluzioni quali sono?
«Due strade, entrambe percorribili da subito. La prima è la più immediata: più addetti sullo stesso servizio, rimodulando i carichi e archiviando il monoperatore dove la raccolta lo rende insostenibile. La seconda guarda un po’ più in là e importa ciò che in altri Paesi europei è già normalità: isole ecologiche automatizzate aperte ventiquattr’ore, postazioni di conferimento interrate, sistemi a carico automatizzato che abbattono la fatica manuale. Non stiamo inventando nulla. Stiamo chiedendo di smettere di scaricare tutto il peso fisico sulle spalle di una persona sola».
Il recente rinnovo contrattuale su questo cosa dice?
«È inequivocabile. La piattaforma su salute e sicurezza indica il superamento del monoperatore come priorità. Non è una rivendicazione di parte: è un impegno contrattuale, prima ancora che etico. Ora la palla passa alle stazioni appaltanti e alla politica, che devono recepirlo e tradurlo nei capitolati. Firmare un contratto e poi lasciarlo lettera morta nei bandi non è ammissibile».
Lei collega tutto questo al modo in cui si costruiscono gli appalti. Perché?
«Perché è lì che si decide tutto. Troppe gare sono ancora impostate sulla logica del massimo ribasso. Arrivano offerte con scontistiche fuori da qualsiasi logica di mercato, e a quel punto la domanda è una sola: chi paga la differenza? La pagano i lavoratori, con turni massacranti, mezzi insufficienti e tutele azzerate. E la pagano i cittadini, perché un servizio sottocosto non può garantire qualità. Il nuovo Codice degli Appalti impone di considerare il costo reale del lavoro e l’applicazione del contratto collettivo: va applicato davvero, non citato negli atti».
Cosa chiedete, in concreto, alle istituzioni del territorio?
«Chiediamo alla Regione Lombardia di farsi capofila di un protocollo di linee guida che indirizzi ANCI e i Comuni committenti verso appalti costruiti sulla salute e la sicurezza di chi lavora. Uno strumento che neutralizzi il dumping contrattuale, rafforzi ciò che il Codice già prevede e renda esigibile la clausola sociale. I Comuni scrivono i capitolati: è da lì che si comincia o si continua a sbagliare. Ogni giorno che passa aggiunge nomi alla lista di chi si fa male, diventa inidoneo, perde il posto. L’igiene ambientale è un servizio pubblico essenziale, Merita rispetto, investimenti e sicurezza. E’una cosa seria, e proprio per questo non può reggersi mettendo in pericolo la salute di chi la rende possibile».
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