La crisi dell’attenzione non è uno slogan generazionale; è un fenomeno misurabile, con effetti deleteri sulle capacità cognitive individuali e sulla qualità del dibattito pubblico. I social media non ne sono l’unica causa, naturalmente, ma ne rappresentano il principale acceleratore. Non perché “ci distraggono”, come si suol dire, bensì perché hanno modificato in profondità il modo in cui il cervello seleziona, gerarchizza e trattiene le informazioni.

Crisi per concentrazione prolungata

L’economia dell’attenzione che usano i social è semplice e spietata: più tempo resti sulla piattaforma, più valore produci. Tutta l’architettura degli spazi digitali – notifiche, scrolling, ricompense, contenuti brevi ad alta carica emotiva, fatta soprattutto da immagini – è costruita per sfruttare meccanismi cognitivi primari, non per favorire la comprensione. Il risultato è una soglia attentiva più bassa e una trasformazione del modo di pensare: frammentato, impulsivo. Non si tratta solo di “leggere meno”, ma di pensare peggio. Le ricerche neuroscientifiche e psicologiche convergono su un punto: l’esposizione continua a stimoli rapidi in gran parte visivi riduce la capacità di concentrazione prolungata, ostacola la memoria a lungo termine e indebolisce il pensiero astratto. L’ambiente premia la risposta immediata e penalizza la riflessione profonda, che quindi regredisce.

Questa trasformazione individuale ha conseguenze sociali, politiche e culturali enormi. Il dibattito pubblico si è progressivamente adattato al formato che lo ospita. Le argomentazioni complesse vengono sostituite da slogan, di immediata comprensione: non necessitano sforzi mentali per essere assimilati. È l’equivalente cerebrale di un pasto predigerito. I nessi causali vengono sostituiti da associazioni emotive, il dissenso si riduce a identità contrapposte. Non vince l’idea più argomentata, ma quella che genera più reazione. Il gioco di parole è inevitabile: non conta più la razionalità, ma la reazionalità; l’indignazione è più performante della spiegazione, l’insulto più efficace del ragionamento, la semplificazione più importante della verità.

È necessario fare scelte contro-corrente

Con questi presupposti, parlare di “democrazia informata” rischia di diventare una formula vuota. Non perché manchino le informazioni – al contrario, ne siamo letteralmente sommersi – ma perché manca il tempo cognitivo e il metodo di studio per valutarle. L’opinione non nasce più da un processo di comprensione e di analisi, ma da un riflesso. Tutto in tempo reale. Si reagisce prima di capire, si condivide prima di verificare, si prende posizione prima di pensare. Il pensiero critico, che richiede lentezza, rielaborazione e verifiche di conferma, è strutturalmente svantaggiato. La questione, allora, non è demonizzare i social media né invocare improbabili ritorni a un passato analogico. Sappiamo che il processo di avanzamento tecnologico e scientifico è irreversibile. Ma chiedersi se e come sia possibile recuperare spazi di pensiero profondo in un ecosistema che li disincentiva. La risposta non è tecnologica, ma culturale e individuale. Nessuna piattaforma ci restituirà spontaneamente l’attenzione che ci sottrae. Non è conveniente per loro. È una scelta che va fatta controcorrente, e serve una spinta educativa forte per favorirla. Sia familiare che scolastica. Ben vengano, quindi, interventi normativi come il divieto dei social ai minori, che tutelano una fase in cui le capacità cognitive sono ancora in formazione.

Recuperare il pensiero profondo

Recuperare il pensiero profondo significa, innanzitutto, reintrodurre la durata. Leggere testi lunghi, seguire argomentazioni complesse, accettare la fatica cognitiva come parte del processo di comprensione. Significa sottrarre tempo alla reazione per restituirlo all’elaborazione. Non è un esercizio elitario, ma una forma di “igiene mentale”, oggi più necessaria che mai. Significa anche ristabilire una gerarchia delle fonti. Non tutto ciò che circola merita attenzione, non ogni opinione ha lo stesso peso, non ogni emozione è un argomento. Distinguere tra informazione e rumore è diventata una competenza fondamentale, tanto quanto saper leggere e scrivere. Eppure, è una capacità che i social non insegnano, perché, di nuovo, non conviene loro. E i media generalisti non aiutano, soprattutto quelli televisivi. Per recuperare il pensiero profondo, bisogna tirare fuori dal cassetto il concetto di “tempo per elaborare” e riporre al suo posto l’informazione “prêt à penser”, pronta al consumo ma povera di contenuto.

Il modo in cui i social ci hanno addestrato a guardare

La crisi dell’attenzione non è un destino inevitabile. È il risultato di incentivi precisi, e come tale può essere contrastata. Ma solo a una condizione: riconoscere che il problema non è “ciò che guardiamo”, bensì il modo in cui i Social ci hanno addestrato a guardare. E decidere, deliberatamente, di reimparare a pensare.