Nessun licenziamento ma tre alternative
Ranucci dice che è il governo a volerlo cacciare: “Sono il giornalista più premiato della Rai”. Martelli: “Si è montato la testa”
Ogni giorno Sigfrido Ranucci parla, e ogni giorno il coro ripete che è il governo a volerlo cacciare. A Cerveteri il repertorio è stato completo: «Sono il giornalista più premiato della storia della Rai» sul cui tavolo, intanto, non c’è un licenziamento: ci sono tre alternative. Trasformarla in un caso europeo, con la richiesta di far intervenire la Commissione e persino la Corte di giustizia, dice più del coro che del caso.
Claudio Martelli, Guardasigilli socialista che di Giovanni Falcone fu ministro e amico, non è sospettabile di simpatie per l’attuale maggioranza: «mi sembra che si sia un po’ montato la testa. Non adesso, da tempo».
Una diagnosi, non un’accusa. Il coro ha molte voci. Alcuni magistrati, gli stessi che si alzarono in piedi per lui nell’aula magna della Cassazione, da allora non hanno trovato una parola per prendere le distanze: non da un indagato, che non è, ma da una vicenda che per confessione del mandante porta la firma di un amico fraterno. Il garantismo vale anche per lui, ma il silenzio selettivo si nota.
Machiavelli dedicò agli adulatori un capitolo intero del Principe, avvertendo che le corti ne sono piene e che il principe circondato da chi gli dà sempre ragione finisce per non conoscere più la verità. È quello che sta accadendo: nessuno, nel coro, gli dice di fermarsi. Di Falcone abbiamo scritto che morì perché era solo. Ranucci ha il problema contrario: ha avuto molti amici. E, a quanto pare, almeno uno di troppo.
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