È da molto tempo che, a ragione, si affronta Raymond Chandler per il gusto di leggerlo più che per capire chi è l’assassino. Chandler è un classico della letteratura americana che va assaporato frase per frase. Ne è un esempio questo “La sorellina” (uscito nel 1949) che Adelphi manda in libreria per la traduzione molto moderna di Gianni Pannofino.

La trama va seguita, certamente, ma soprattutto quando s’infittisce come una giungla equatoriale ecco che spicca tutta la forza della scrittura chandleriana, la sua sublime ironia, la sua superba capacità di dipingere situazioni e personaggi. Lo capì benissimo Howard Hawks, che realizzò “Il grande sonno” con Humphrey Bogart nella parte di Philip Marlowe, investigatore privato, «quaranta dollari al giorno più le spese», un film immortale che sfida lo spettatore a seguire un filo aggrovigliato fino al mal di testa. E anche ne “La sorellina” i personaggi si rincorrono in un susseguirsi di dialoghi serrati e in un certo senso allucinati: sono violenti, pericolosi, banditi da quattro soldi, uomini spostati, poliziotti scalcagnati e una serie di dark ladies fatalone tra le quali, appunto, la “sorellina”, seducente ma non troppo, timidina, graziosetta, con «le lenti che le ingrandivano gli occhi» – e viene in mente la Dorothy Malone del “Grande sonno” hawksiano.

La bellezza di Chandler è nel linguaggio duro di Marlowe, nelle sue iperboli che in tanti hanno poi imitato. C’è la sua Los Angeles-Hollywood dove «ragazzi veloci su Ford truccate zigzagavano a razzo nel traffico, facendo il pelo a mille paraurti, ma chissà come riuscendo sempre a evitarli. Uomini stanchi su coupé e berline impolverate arrancavano in direzione nord-ovest, verso casa e la cena, con le loro smorfie di tensione e le mani serrate sul volante, con la prospettiva di una serata trascorsa a leggere la pagina sportiva e ad ascoltare il borbottio della radio, le lagne di bambini viziati e le chiacchiere di mogli sciocche». E ancora: «Sono passato davanti alle sgargianti insegne al neon e alle finte facciate retrostanti, alle squallide rivendite di hamburger, che con tutti quei colori sembrano sontuosi palazzi, ai drive-in circolari, allegri come circhi, con le loro cameriere gioviali ma dallo sguardo duro, i banconi luccicanti e le cucine unte e sudate che potrebbero avvelenare un rospo». Quindi, rivolto a sé stesso: «Datti una calmata, Marlowe. Non sei umano».

È un mondo sordido nella sua lucentezza. Meno greve dei bassifondi di New York, più suadente con le sue morbide moquette degli hotel e le mille luci di Hollywood. C’è il cinema, che Chandler ben conobbe, con tutto il suo carico di falsità, dove si muove una delle bellone del romanzo. Sentite la tirata su Hollywood: «Trasforma in una sfolgorante reginetta di stile la sciacquetta più scialba che dovrebbe limitarsi a stirare le camicie di un camionista; eleva a eroe virile dagli occhi di fuoco e dal sorriso luminoso, grondante sex appeal, un comune ragazzino troppo cresciuto che farebbe meglio a andare a lavorare portandosi il pranzo da casa; e da una cameriera di drive-in texana, con l’alfabetizzazione di un personaggio dei fumetti, sa tirar fuori una cortigiana d’alto bordo sposata sei volte con sei milionari diversi e, alla fine della fiera, così blasée e decadente da coltivare la fantasia di sedurre un facchino sudato in canottiera».

Il romanzo è un rosario di frasi tipicamente “marlowiane” («La mia mente viaggiava veloce come una tartaruga al galoppo») con lui, al solito, scaraventato in un ginepraio nel quale ogni losco figuro rimanda ad un altro losco figuro: ma sono marionette i cui fili sono tirati da tre donne misteriose, false e bugiarde. Ed è inutile dire che il nostro investigatore privato viene preso a cazzotti, a un certo punto lo avvelenano ma solo per stordirlo: «Mi sono alzato in piedi, con vertigini da derviscio, fiacco come una vecchia lavandaia, a terra come la pancia di un tasso, timido come una cincia e con le stesse probabilità di successo di un ballerino con una gamba di legno». Ma tra un whisky e l’altro riuscirà a riconnettere i fili della vicenda: non per niente, Philip Marlowe si definisce «non il più sveglio che ci sia, ma a buon mercato». Alla fine, che cosa ci ha guadagnato?