Dopo cinque giorni di confronto, a volte tesissimo, all’alba il Consiglio europeo riunito a Bruxelles ha finalmente partorito l’accordo sul Next Generation Eu, il piano di aiuti economici per fronteggiare la crisi scoppiata dopo la pandemia di Covid-19 che comprende l’atteso Recovery Fund. Alla fine l’accordo portato a casa da Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, prevede una dotazione di 750 miliardi di euro, di cui 390 miliardi di sussidi e 360 di prestiti.

I FONDI DESTINATI ALL’ITALIA – L’Italia sarà il principale beneficiario degli aiuti: al Belpaese spetteranno 2019 miliardi di cui 81,4 di trasferimenti (400 milioni in meno rispetto alla prima proposta della Commissione) e 127,4 di prestiti (rispetto a 90,9). Il pacchetto vale di fatto il 12% del prodotto interno lordo italiano, cifra vicina alla stima del crollo del Pil previsto quest’anno: di fatto una compensazione della crisi dovuta al Coronavirus.

TEMPI E REGOLE – Ovviamente per arrivare al fatidico accordo il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è dovuto scendere a compromessi, in particolare con i cosiddetti ‘Frugal four’, i paesi frugali capitanati dal Primo ministro olandese Mark Rutte. L’Italia, come gli altri Stati membri dell’Unione europea, dovrà presentare da ottobre alla Commissione un piano nazionale di ripresa in cui verrà spiegato come intende usare i fondi. Il Consiglio europeo quindi, su indicazione della Commissione (che ha due mesi di tempo) deciderà a maggioranza qualificata (55% dei Paesi pari al 65% della popolazione Ue) se approvare il piano.

Conte aveva già anticipato che per predisporre il piano sarà costituita l’ennesima task force di esperti, ma i progetti sarebbero in buona parte già pronti, ma da condividere ancora con le opposizioni. Il Pnr, Piano nazionale delle Riforme, dovrà quindi passare prima in Parlamento e poi volare a Bruxelles.

COME UTILIZZARE I FONDI – L’Italia, come gli altri Paesi, non potrà utilizzare i soldi del Recovery Fund liberamente. Il denaro sarà infatti legato alla realizzazione di riforme che, nel caso italiano, dovranno interessare la trasformazione verde e digitale dell’economia, ma anche la giustizia, la Pubblica amministrazione, le pensioni, il rafforzamento del sistema sanitario nazionale, il controllo dei conti pubblici.

SCOMPARE IL ‘SUPER-FRENO’ OLANDESE – I fondi europei saranno vigilati con grande attenzione, ma rispetto alle precedenti bozze non c’è il temuto (da parte italiani) “super-freno” chiesto a gran voce da Olanda e paesi frugali, quel potere di veto sui piani di riforme di ogni singolo Paese. I piani di investimenti saranno sottoposti al giudizio della Commissione europea e del Comitato economico e finanziario (Cef), organo interno al Consiglio europeo, ma l’intervento di contestazione può scattare solo in casi eccezionali, con una procedura di analisi che dovrà durare più di tre mesi.

SCONTI AI FRUGALI – Dall’accordo il gruppo dei paesi frugali riesce a strappare, oltre alla rimodulazione degli aiuti, anche un incremento dei “rebates”, gli sconti alla contribuzione del bilancio europeo. All’Olanda sono andati 1,921 miliardi annui di rimborsi (rispetto ai precedenti 1,576 miliardi della proposta di sabato), alla Svezia 1,069 miliardi (da 823 milioni), all’Austria 565 milioni (da 287), alla Danimarca 322 milioni (rispetto ai 222 milioni).