L'editoriale
Referendum 22 e 23 marzo, il metodo collaudato di Corriere e La 7
In un tempo ormai lontano il Corriere della Sera rappresentava la bussola della solida, a tratti illuminata, borghesia milanese e nazionale. Un quotidiano che, con le sue prudenze, sapeva leggere la complessità del Paese senza cedere agli umori della piazza. Se oggi, a pochi giorni dal referendum sulla magistratura, sfogliamo le pagine di via Solferino, di quel giornale non c’è più traccia. Al suo posto, troviamo l’house organ del partito del No.
Per capire questa mutazione genetica bisogna riavvolgere il nastro fino alla stagione di Mani Pulite. È da quel momento che il Corriere ha compiuto la sua scelta di campo radicale, cavalcando l’onda giustizialista, trasformandosi nel megafono patinato della lotta alla casta. In quegli anni, il quotidiano ha di fatto allevato il populismo, lo ha sdoganato nei salotti buoni, conferendogli una rassicurante patina di rivolta moralista e perbenista.
Oggi quella parabola si compie. L’alleanza con la magistratura politicizzata è definitivamente sigillata in un clamoroso crossing editoriale con La7, l’altra metà del cielo del gruppo di Urbano Cairo. Una sinergia perfetta: da una parte i talk televisivi che stendono tappeti rossi a procuratori come Nicola Gratteri, dall’altra le pagine del quotidiano che cannoneggiano la riforma. Il metodo è collaudato: la finta oggettività. Ieri il Corriere ha usato l’autorevolezza di Mario Monti, che ha annunciato il suo No non sul merito della separazione delle carriere, ma agitando lo spettro di una fantomatica deriva autoritaria del governo. E schierando il “Dataroom” di Milena Gabanelli, venduto come giornalismo di precisione imparziale, nei fatti orientato chirurgicamente per spaventare sui costi e demolire i cardini della riforma.
È la saldatura definitiva di un blocco di potere mediatico-giudiziario che difende sé stesso. Le poche voci garantiste rimaste nel quotidiano faticano a emergere in questo fuoco di sbarramento. Il Corriere e La7 hanno deciso di giocare la partita come un vero e proprio partito politico schierato a difesa dello status quo. Il 22 e 23 marzo, votare Sì significherà anche sottrarsi a questa egemonia dell’antipolitica in doppiopetto.
© Riproduzione riservata







