Scegliere che cosa merita di essere raccontato e perché
Report e gli audio “curiosi” di Sangiuliano e la moglie, il diritto all’informazione è sacro purché non amplifichi il voyeurismo
Certo, i cittadini devono essere messi al corrente su fatti di rilevanza politica per farsi un’idea. Ma non significa poter invadere la sfera personale di un personaggio pubblico e violarne la privacy
Esiste una linea di confine tra il diritto all’informazione e la tutela della privacy? Certamente sì, eppure è una linea che negli ultimi anni sembra sempre più sfumata, quasi invisibile, consumata da un’idea di giornalismo che tende a confondere la ricerca della verità con la spettacolarizzazione del privato. Il recente caso della trasmissione Report – che ha mandato in onda un dialogo privato tra l’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e la moglie – riporta al centro del dibattito un tema antico ma oggi più che mai urgente: fino a che punto il diritto dei cittadini a essere informati può giustificare l’invasione della sfera personale di un individuo?
Il Garante della Privacy ha risposto con una sanzione, motivata dal fatto che quel contenuto, oltre a essere stato raccolto in un contesto domestico, era irrilevante tanto dal punto di vista penale quanto da quello dell’interesse pubblico. Non aggiungeva nulla di sostanziale alla comprensione dei fatti, non contribuiva a chiarire responsabilità o comportamenti di rilevanza politica, ma serviva soltanto ad alimentare la curiosità, quella pulsione morbosa che si confonde con l’informazione ma ne è, in realtà, la caricatura.
La “deriva pericolosa”
Anche osservatori non sospettabili di prevenzione verso il giornalismo d’inchiesta – come Luigi Manconi, voce autorevole della cultura garantista – hanno espresso posizioni analoghe. L’ex direttore di Ombre Rosse, in un intervento su La Repubblica, ha parlato di “deriva pericolosa”, sottolineando come gli argomenti che hanno portato alla decisione del Garante siano condivisibili. In quella telefonata, ha osservato, non c’era nulla che potesse incidere sulla qualità o sulla completezza della notizia: non un fatto di interesse collettivo, non una prova di malaffare, ma un frammento di vita privata, irrilevante per chiunque non sia mosso da curiosità o malizia.
Il diritto all’informazione è un pilastro delle democrazie liberali. È grazie ad esso che i cittadini possono esercitare un controllo sull’operato di chi li governa, che le istituzioni restano trasparenti e che il potere non diventa arbitrio. Ma la libertà di informare incrocia spesso un confine preciso: la dignità della persona, la riservatezza, il rispetto del contesto in cui un’informazione nasce. Non tutto ciò che è vero è anche giusto da divulgare, e non tutto ciò che può essere tecnicamente registrato o diffuso ha automaticamente un valore giornalistico.
Lo stato dell’informazione televisiva
Qui si apre una riflessione più ampia sullo stato dell’informazione televisiva in Italia. La tecnica di intervistare un soggetto per un’ora e mandare in onda pochi minuti, spesso quelli in cui l’interlocutore, stanco o distratto, abbassa le difese, è nota e antica. Si fonda sull’idea di costruire un effetto, più che di trasmettere un contenuto. È un linguaggio televisivo che punta sulla sorpresa, sulla frase d’impatto, sullo scarto emotivo. Finché lo adottano programmi dichiaratamente ibridi come Le Iene, si può accettare come parte di un format che naviga in quella terra di confine tra informazione e intrattenimento, dove lo spettatore è consapevole di assistere a una forma di racconto spettacolare. Ma quando lo stesso metodo viene utilizzato da un magazine giornalistico che fa della serietà e della documentazione la propria bandiera, il discorso cambia radicalmente. Cambia tutto. Perché lo spettatore non si trova più davanti a un prodotto d’intrattenimento, ma a un contenuto che pretende autorevolezza, che si presenta come Servizio pubblico. In quel momento, l’uso disinvolto di materiali privati o irrilevanti mina la credibilità stessa del giornalismo d’inchiesta, ne indebolisce la funzione etica e sociale.
Diritto alla curiosità…
C’è un punto, in questa vicenda, che merita di essere sottolineato. Non si tratta di difendere la “privacy dei potenti” o di nascondere informazioni scomode. Al contrario: l’indagine giornalistica è essenziale quando porta alla luce ciò che il potere vuole occultare, quando serve a proteggere i cittadini da abusi o corruzione. Ma qui non siamo di fronte a un segreto di Stato. Si trattava di una conversazione tra due persone, registrata all’interno delle mura domestiche, senza alcuna connessione con l’esercizio di un ruolo pubblico.
Il rischio è che il giornalismo smetta di essere un cane da guardia della democrazia e diventi un amplificatore del voyeurismo collettivo. Si chiama “diritto all’informazione”, non “diritto alla curiosità”. Il primo tutela la libertà, il secondo la svuota. Ritrovare il senso di quel confine significa restituire valore al mestiere di informare, un mestiere fatto di verifiche, di rispetto, di proporzione. Perché il giornalismo non è soltanto raccontare ciò che accade, ma scegliere che cosa merita di essere raccontato e perché.
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