Le ragioni di un Sì
Riforma giustizia, i magistrati temono l’Alta Corte disciplinare. Quel circuito chiuso pronto a spezzarsi
Ho ascoltato, come tanti cittadini, alcune relazioni per l’inaugurazione dell’anno giudiziario trasformarsi in qualcosa che non avrebbero mai dovuto essere: non interventi istituzionali, ma veri e propri comizi corporativi contro il referendum. E più parlavano, più diventava chiaro un fatto semplice: senza volerlo, stavano facendo il miglior spot possibile per il Sì.
A parlare non erano magistrati qualunque. Erano vertici di Corti d’Appello, uomini arrivati ai ruoli apicali anche grazie a quelle tessere di corrente che per anni hanno regolato carriere, promozioni e incarichi. Ed è proprio da quella posizione che hanno deciso di usare una sede solenne per difendere un sistema, non per interrogarsi sui suoi fallimenti. Quelle relazioni non dovevano essere tribune politiche. Dovevano essere momenti di misura, di responsabilità, di rispetto verso i cittadini. Invece sono diventate difese d’ufficio di un assetto che si è chiuso su sé stesso, impermeabile a ogni autocritica, incapace di riconoscere il danno prodotto da anni di degenerazioni correntizie.
La paura del controllo dell’Alta Corte disciplinare
Il punto non è il dissenso. In democrazia il dissenso è legittimo. Il punto è chi dissente e da dove. Quando a opporsi alla riforma sono proprio coloro che incarnano quel sistema di potere interno che la riforma vuole riequilibrare, il messaggio che arriva all’esterno è chiarissimo: non si sta difendendo l’indipendenza della giustizia, si sta difendendo una rendita di posizione. E allora cade anche l’ultima maschera. Non è la riforma a spaventare. È la paura del controllo dell’Alta Corte disciplinare. È il timore che, finalmente, le valutazioni, le responsabilità e le carriere non siano più gestite all’interno di un circuito chiuso, ma sottoposte a un giudizio credibile, terzo, effettivo.
Parlo anche da testimone diretto. So cosa significa trovarsi davanti a un sistema che si auto-protegge, che si auto-assolve, che non paga mai davvero per i propri errori. Ed è per questo che ascoltare quei discorsi non mi ha indignato soltanto: mi ha convinto ancora di più che il referendum sia necessario. Il cittadino che ascolta quei toni non pensa che la riforma sia pericolosa. Pensa l’esatto contrario: se la reazione è questa, allora il problema esiste ed è profondo. Perché nessun potere realmente indipendente ha bisogno di parlare come una corporazione assediata.
Alla fine, il risultato è sotto gli occhi di tutti. Più attaccano il referendum, più spiegano – meglio di qualunque comitato – perché quel referendum va votato. A volte la verità non ha bisogno di essere proclamata. Le basta essere rivelata da chi teme di non poterla più controllare.
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