La campagna referendaria sta scivolando su un piano inclinato: l’idiozia rischia di prendere il sopravvento su un dibattito che, invece, dovrebbe restare alto e rigoroso. Il tema, anzitutto, va precisato: non siamo di fronte a una riforma della giustizia, bensì a una riforma della magistratura, che investe l’ordinamento, i poteri e le garanzie interne alla funzione giudicante e requirente. Ad alimentare la confusione contribuisce la segretaria del Partito democratico, Elly Schlein. La povertà di cultura politica, sua e di parte del gruppo dirigente che la circonda, li conduce verso una comunicazione imbarazzante: poiché CasaPound ha dichiarato di votare Sì al referendum, il Sì diventerebbe fascista. Una scorciatoia propagandistica che riduce una questione costituzionale complessa a una caricatura ideologica. Schlein ritiene di aver risolto la partita con la “lettera scarlatta” del fascismo. Crede così di liquidare la questione della separazione delle carriere, che invece appartiene storicamente al patrimonio culturale della sinistra. Una tradizione che attraversa il socialismo positivista, marxista e riformista e che giunge fino al Novecento democratico.

Matteotti, Calamandrei, Vassalli. Cara Elly, sono fascisti anche loro?

Giacomo Matteotti fu sostenitore della separazione delle carriere: dovremmo forse considerarlo, con la logica schleiniana, un fascista? Non avremmo voluto evocare il martire socialista assassinato dagli sgherri mussoliniani, ma l’uso strumentale della memoria storica impone di ristabilire la verità. Anche Piero Calamandrei affrontò il nodo della funzione del Pubblico ministero, scrivendo che “fra tutti gli uffici giudiziari, il più arduo mi sembra quello del pubblico accusatore: il quale, come sostenitore dell’accusa, dovrebbe essere parziale al pari di un avvocato; e, come custode della legge, dovrebbe essere imparziale al pari di un giudice”. Una tensione intrinseca che spiega, sul piano teorico, la ragione della separazione delle carriere. Si aggiunga la figura del senatore Agostino Viviani, nonno della stessa Schlein, che si batté a Palazzo Madama e al Palazzo dei Marescialli, sede del Csm, per una riforma in tal senso. E ancora Giuliano Vassalli, partigiano e medaglia d’argento al valor militare, protagonista dell’organizzazione della fuga dal carcere di Regina Coeli di Giuseppe Saragat e Sandro Pertini e poi prigioniero in via Tasso, padre del processo accusatorio italiano, la cui architrave giuridica è proprio la separazione delle carriere. La riforma in discussione nasce da un’esigenza di equilibrio tra poteri e di rafforzamento del modello accusatorio, non da pulsioni autoritarie. È paradossale che una riforma storicamente sostenuta da settori della sinistra sia oggi portata avanti da un governo di destra, lasciando il Partito democratico privo di una linea autonoma e costretto a rifugiarsi nella difesa simbolica della Costituzione.

Schlein, quando nel 2016 si schierò per il ‘NO’

Schlein, inoltre, sembra dimenticare che nel referendum costituzionale del 2016, promosso dal governo Renzi, si schierò per il No quando ancora era esterna al Partito democratico. Allora, curiosamente, si ritrovò sullo stesso fronte di forze politiche radicalmente distanti tra loro: CasaPound. Segno che i referendum costituzionali non possono essere ridotti a schemi identitari, ma richiedono un giudizio di merito.

Il nodo vero resta uno solo: discutere serenamente come garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura senza rinunciare alla chiarezza dei ruoli e all’equilibrio tra accusa e giudizio. Solo riportando il confronto su questo terreno si potrà sottrarre il referendum alla propaganda e restituirlo alla dignità di scelta costituzionale.