Ambiente
Rinnovabili, l’importanza di sviluppare una filiera “Made in Europe”
Nel contesto geopolitico attuale, la transizione ecologica non è più soltanto un imperativo ambientale, ma una questione fondamentale di sicurezza nazionale e autonomia strategica. Sebbene l’Europa abbia compiuto passi da gigante – nel 2025 eolico e solare hanno superato per la prima volta i combustibili fossili nella generazione elettrica dell’UE – una vulnerabilità critica persiste: la dipendenza tecnologica. Ad oggi, la Cina detiene una posizione di quasi monopolio, controllando circa l’80% della produzione mondiale di pannelli solari e una quota massiccia delle turbine eoliche e delle batterie (il 98% dei pannelli fotovoltaici in Europa sono cinesi). La Cina ha fatto della rivoluzione energetica il nuovo pilastro della propria crescita economica (i settori dell’energia pulita pesano per oltre il 12% dell’economia cinese).
Sviluppare una filiera interna per le componenti rinnovabili significa trasformare l’Europa da “acquirente netto” di tecnologie straniere a “leader industriale”. La dipendenza da un unico fornitore globale espone il continente a rischi di interruzione delle catene di approvvigionamento, fluttuazioni dei prezzi, e pressioni politiche. Una filiera europea integrata permetterebbe di installare impianti fotovoltaici ed eolici senza temere colli di bottiglia logistici extracomunitari, assicurare che i componenti siano prodotti rispettando i rigorosi standard ambientali e sociali dell’UE, a differenza di quanto accade spesso nelle produzioni a basso costo, generare milioni di posti di lavoro qualificati, mantenendo il valore aggiunto e l’innovazione tecnologica all’interno dei confini continentali.
Per sottrarre il primato alla Cina e costruire un’alternativa competitiva, l’Unione Europea deve necessariamente agire su quattro fronti principali, in linea con gli obiettivi del Regolamento europeo Net-Zero Industry Act (NZIA) in vigore dal 29 giugno 2024: ridurre drasticamente i tempi per le autorizzazioni (spesso il principale ostacolo agli investimenti) e creare distretti industriali “net-zero” dove le procedure siano snellite per favorire la nascita di nuove fabbriche di celle fotovoltaiche e componentistica eolica; non basta finanziare il passaggio alle rinnovabili; è necessario che nelle aste pubbliche siano inseriti anche criteri che favoriscano prodotti con elevati standard di sostenibilità e provenienza geografica diversificata, scoraggiando l’acquisto basato esclusivamente sul prezzo più basso; mobilitare capitali attraverso strumenti come il Fondo per la Sovranità Europea o agevolazioni fiscali mirate (sul modello dell’IRA statunitense), per compensare il divario di costo rispetto ai prodotti cinesi sussidiati; implementare il Regolamento della Commissione Europea Critical Raw Materials Act (in vigore da maggio 2024) per garantire l’accesso a litio, terre rare e silicio, potenziando il riciclo interno, diversificando le fonti di importazione delle materie prime, e siglando partnership strategiche con nazioni alleate (Canada, Australia, Norvegia).
Più precisamente, il Net-Zero Industry Act è stato progettato per potenziare la produzione interna di tecnologie pulite nell’UE. Il provvedimento mira a raggiungere almeno il 40% del fabbisogno annuale di tecnologie strategiche “made in Europe” entro il 2030, riducendo la dipendenza esterna e sostenendo la decarbonizzazione industriale. Raggiungere questa quota non è solo un traguardo economico, ma l’unico modo per garantire che la rivoluzione verde sia realmente sostenibile, democratica, e libera da ricatti esterni. In altre parole, l’indipendenza energetica dell’Europa passa inevitabilmente per le sue fabbriche. Se l’Europa vuole raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 senza passare dalla dipendenza dal gas russo a quella dai componenti cinesi, il NZIA è la risposta per mantenere la competitività industriale e dare impulso all’economia del continente.
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