Sponde russe
Sahel, la collaborazione militare con Mosca non porta più sicurezza
A tre anni dalla partenza delle truppe francesi dell’operazione Barkhane la partnership dell’esercito del Ministero della Difesa russo con Mali, Niger e Burkina Faso prosegue fra numerose difficoltà
Fra il 2020 ed il 2022 si verificarono ben sette colpi di Stato in Africa centro-occidentale: in Mali, Ciad, Niger, Guinea, Sudan, Burkina Faso e Gabon reparti militari rovesciarono con le armi gli assetti costituzionali preesistenti (non sempre impeccabili) e si insediarono stabilmente al potere.
Una delle prime conseguenze dei putsch militari in tali Paesi- tranne in Sudan dove le dinamiche sono state differenti- è stata l’adozione da parte dei Governi transitori di toni fortemente anti-francesi ed anti-occidentali, accompagnata dalla scelta di stringere legami politici, militari ed economici più forti con la Russia. Mosca, dal canto suo, non se l’è fatto ripetere due volte, e pur di profittare del momento di debolezza francese ed europeo nella regione, ha garantito il suo appoggio ai Generali golpisti, in cambio di diritti di sfruttamento sulle miniere d’oro locali. L’alleanza dei Paesi saheliani golpisti con la Russia ha trovato la sua più visibile applicazione nella collaborazione militare contro il pericolo jihadista, circa il quale Parigi è stata ripetutamente accusata di non aver fatto abbastanza, nonostante la perdita di una sessantina di soldati francesi dell’operazione Barkhane sul campo di battaglia, e la prolungata difesa delle principali città saheliane dai frequenti attacchi delle formazioni terroriste.
Nel tempo, i Paesi golpisti del Sahel hanno interrotto ogni cooperazione militare con la Francia, ed hanno intensificato, in parallelo, quella con la Russia, che fino allo scorso anno era stata appannaggio delle forze mercenarie della Wagner, già protagoniste in altri scenari di crisi mondiali (Donbass, Ucraina, Libia, Siria). Dopo la morte, nel sospetto incidente aereo del 2023, di Yevgheni Prigozhin, padre fondatore della milizia Wagner, e la presa di distanza di Putin dal gruppo mercenario, la pervasiva presenza russa nel Sahel è stata affidata da Mosca ad una forza militare direttamente guidata dal Governo russo, denominata Africa Corps, impegnata sia nelle operazioni militari sul terreno, sia nell’influenzare le scelte politiche delle Giunte militari saheliane al potere. Il Paese più convinto nella collaborazione a tutto campo con Mosca è stato il Mali, dove la Wagner si è formalmente ritirata solo nel giugno di quest’anno; tuttavia, non solo non si sono riscontrati effetti positivi dalla sinergia russo-maliana in funzione anti-jihadista, ma spesso si sono verificate cocenti sconfitte dei due eserciti sul terreno, specialmente ad opera del Groupe de soutien à l’Islam et aux musulmans (JNIM) e dei ribelli touareg del Front de Liberation de l’Azawad (FLA), come nel caso della battaglia di Tinzawaten, nel luglio 2024, costata la vita ad un centinaio di regolari e mercenari.
Secondo l’Organizzazione ACLED, specializzata nella raccolta di dati sui caduti in zone di conflitto, Niger, Mali e Burkina Faso hanno sperimentato dal 2022 una vistosa crescita delle morti causate dalle formazioni terroriste JNIM e IS Sahel, anche per l’uso di droni, ed un maggiore rischio diretto per le tre capitali, Niamey, Bamako e Ouagadougou. Nei tre Stati golpisti, riunitisi nella cosiddetta Alleanza degli Stati del Sahel, si registrano in media 10.500 morti all’anno nell’ultimo triennio, cioè più del doppio dei numeri riscontrati fra il 2020 et 2022 (4.900 all’anno), e sette volte di più che nel 2019. In un documentario di oltre due ore, intitolato Marche sur l’ Azawad (Marcia sull’Azawad), ed accessibile soltanto ad un a cerchia ristretta di utenti della piattaforma Telegram, taluni combattenti russi rientrati in patria, e svincolati ormai dai doveri di segretezza nei confronti degli ex alleati dell’esercito del Mali, hanno definito i soldati di Bamako “paurosi”, “incompetenti”, “codardi”, “ladri” ed altri analoghi aggettivi, sottolineando come il peso delle operazioni contro il terrorismo fosse lasciato esclusivamente alle forze di Mosca. Anche gli ufficiali maliani vengono descritti come degli “incapaci”, destinati a soccombere in qualsiasi combattimento, se non sostenuti dalle forze mercenarie russe.
Scopo del documentario è di diminuire le responsabilità dei militari e mercenari russi per le disfatte riportate nei combattimenti contro i gruppi terroristi, nel quadro della vasta opera di disinformazione attuata da Mosca nel Continente africano; d’altronde, nel video non si fa mai alcuna menzione delle gravi violazioni dei diritti umani, massacri e torture nei confronti delle popolazioni, che invece sono state riportate da numerose testimonianze e filmati di organizzazioni della società civile locali ed europee a carico dei mercenari russi. A tre anni dalla partenza delle truppe francesi dell’operazione Barkhane dal Sahel, che fra l’altro non costava nulla alle casse degli Stati saheliani, la collaborazione militare del Ministero della Difesa russo con Mali, Niger e Burkina Faso prosegue quindi fra numerose difficoltà e risultati tutt’altro che brillanti sul fronte della sicurezza; intanto però i proventi dello sfruttamento delle miniere d’oro e di metalli rari della regione, in cambio delle armi e dei soldati inviati in Sahel, sono indispensabili a Mosca per coprire gli elevati costi finanziari della guerra in Ucraina.
© Riproduzione riservata







