«Dal meeting con Macron ai rapporti con Trump, l’Italia riscopra la tradizione pragmatica e anglosferica dei Sergio Vento e dei Gianni Castellaneta». È questa la tesi di Giulio Sapelli, economista, storico e intellettuale, autore de Il nuovo mondo. Guerra, terra, potere. Trump e i nuovi imperialismi (Guerini e Associati), sull’attuale crisi internazionale.

Professore, cosa c’è di vecchio nel «nuovo mondo» in cui siamo immersi?
«La struttura ciclica del capitalismo mondiale. Per anni abbiamo chiamato “globalizzazione” ciò che era, più precisamente, una centralizzazione estrema delle catene produttive, finanziarie e logistiche. Le produzioni erano disperse nel mondo, ma integrate in un unico meccanismo di valorizzazione del capitale. Ora quel meccanismo è in crisi, la caduta del saggio di profitto, la compressione salariale, la dipendenza dall’export e ricerca di rendite hanno prodotto una competizione sempre più aspra tra potenze. Gli Stati Uniti, che restano al vertice del sistema, però tornano a pensare in termini di dominio diretto, pressione sugli alleati e controllo degli spazi strategici».

In questa metamorfosi, quale futuro vede per l’egemonia anglosferica?
«Vedo un pericolo enorme: la crisi della classe dirigente americana. L’anglosfera ha costruito il proprio potere non solo sulla forza militare, ma anche su una cultura diplomatica raffinatissima che l’attuale amministrazione sta destrutturando. Trump ha, infatti, introdotto una logica personalistica e transazionale che sta ridefinendo l’establishment e la tradizione diplomatica statunitense secondo una chiara impostazione patrimonialistica».

Lei parla di un «neo-royalismo» trumpiano. Che cosa intende?
«Il ritorno a una concezione verticale, quasi monarchica, del potere americano. Gli Stati Uniti cercano oggi rapporti di obbedienza. È una pulsione antica, ma dopo la Seconda guerra mondiale fu contenuta da figure che capivano il peso della potenza e l’importanza della diplomazia, come Eisenhower. Oggi quel dispositivo di equilibrio si sta deteriorando».

Lo abbiamo visto anche negli scorsi giorni con gli attacchi a Starmer e Meloni…
«Washington tende a non volere alleati, ma partner subordinati. Con Trump riemerge pertanto la parte più cruda della storia americana, la reductio ad unum, basata sulla fedeltà personale, la svalutazione dell’autonomia diplomatica altrui e il disprezzo per il multilateralismo. E questo mette in difficoltà l’intero campo occidentale. Però bisogna ricordare che gli europei hanno sbagliato profondamente per quanto riguarda l’Iran».

Perché?
«In quanto hanno abbandonato con spirito chamberleniano gli Stati Uniti e Israele a uno scontro in cui erano in gioco gli interessi dell’Occidente. Senza predisporre o partecipare minimamente a una logica di contenimento adeguata della minaccia iraniana. L’attuale scenario è anche conseguenza della debolezza degli europei».

E sulle recenti tensioni tra Israele ed Hezbollah?
«Credo sia insopportabile la rimozione del contesto che attua certa stampa italiana. Occorre ricordare, infatti, che dietro Hezbollah, Hamas e le varie proxy islamiste ci sono gli interessi iraniani e turchi che mirano solo a destabilizzare Israele. Tel Aviv, che ha un governo di cui non condivido le posizioni, in quest’ottica fa bene a difendersi contro le provocazioni di questi agenti terroristici e coltivare una solida deterrenza. Credo che in questo quadro di minacce e influenze esterne come quella cinese e islamista dovremmo aspettarci in un futuro prossimo un nuovo conflitto mediorientale».

In questo, determinante potrebbe essere il ruolo dell’India?
«Sì. L’alternativa alla Via della Seta passa per connessioni tra India, Medio Oriente, Israele ed Europa. È la logica della Via del Cotone: costruire corridoi economici, energetici e logistici capaci di ridurre la centralità cinese. Ma era inevitabile che Pechino reagisse, direttamente o indirettamente, e che questa reazione si saldasse con interessi iraniani e destabilizzazione regionale. Il 7 ottobre, in questa lettura, è anche un colpo contro la normalizzazione tra Israele e mondo arabo. Occorre però rilanciare il rapporto con l’India e progetti quali l’Imec per saldare un’alternativa al capitalismo dispotico cinese. In questo l’affidamento alla mediazione pakistana è stato un errore».