Cos’è la menzogna, e come funziona? La letteratura sull’argomento è vastissima: spazia dalla retorica alla politologia, dalla psicologia alla sociologia, dalla filosofia del linguaggio all’economia. Per la logica classica, ciò che non è vero è falso, e ciò che non è falso è vero. In realtà, esistono molti modi di mentire: c’è la menzogna semplice (che corrisponde a dire semplicemente il falso); la metamenzogna (che consiste nel dire che non si è detto quel che si è detto); la premenzogna (che prepara le condizioni perché future menzogne siano ritenute vere); ci sono infine le menzogne di vaghezza (si tratta di riferire versioni parziali o distorte dei fatti utilizzando un linguaggio allusivo).

A ben vedere, in queste prime battute della campagna referendaria i contrari alla riforma della magistratura si sono già serviti di tutte queste risorse. Nei giorni scorsi, tuttavia, abbiamo assistito a un vero e proprio salto di qualità nella pratica del mendacio. Perché un conto è sostenere che la riforma asservisce l’ordine giudiziario al governo di turno (menzogna semplice, vedi l’articolo 104 della Costituzione), un altro è inventarsi di sana pianta una frase di Giovanni Falcone: “Una separazione delle carriere può andar bene se resta garantita l’autonomia e l’indipendenza del pubblico ministero. Ma temo che si voglia, attraverso questa separazione, subordinare la magistratura inquirente all’esecutivo. Questo è inaccettabile”.

Qui ci troviamo di fronte a un classico esempio di trasmissione del falso attraverso una “traccia assente”, come direbbero i semiologi. Rilanciata dal Fatto Quotidiano, la frase sarebbe stata pronunciata in un’intervista a Repubblica del 25 gennaio 1992. C’è un piccolo particolare: quella intervista non esiste. Chiunque abbia accesso all’archivio storico di Repubblica può verificarlo. Il 25 gennaio 1992 non c’è “traccia”, appunto, di alcuna intervista a Falcone. Come ha ricordato Damiano Aliprandi in un articolo apparso sul Dubbio il 4 novembre scorso, c’è invece traccia di una sua intervista rilasciata allo stesso giornale il 26 settembre 1990. In essa si può leggere: “[…] di per sé non mi scandalizzerebbe un pm dipendente dall’esecutivo. Non stiamo discutendo di categorie immutabili, ma di scelte di politica legislativa. Ciò che va bene in un paese può non andare bene in un altro e l’Italia è uno dei pochissimi paesi dove la pubblica accusa non è dipendente dall’esecutivo. Tuttavia, ciò non è servito un granché nella lotta contro la criminalità organizzata. Anch’io, comunque, sono convinto che, nell’attuale momento storico, l’indipendenza del pm vada salvaguardata e protetta. Ma l’indipendenza non è un privilegio di casta”.