Esteri
Trump avanza sul negoziato ma Bin Salman vuole proseguire la guerra contro l’Iran
L’Arabia Saudita teme che, in caso di accordo, un Iran indebolito militarmente ma con un regime saldo ne uscirebbe comunque più forte
La strategia di Donald Trump con l’Iran rimane ancora un punto interrogativo per molti. Per il New York Times, il Pentagono sta valutando il dispiegamento di una brigata della 82ma Divisione aviotrasportata dell’Esercito nel Golfo. La mossa sembra il preludio alla conquista dell’isola di Kharg, l’hub del petrolio iraniano. O comunque un’ultima minaccia.
Ma mentre continuano i raid di Idf e forze Usa, l’apertura di un negoziato sembra ormai certa. Il Pakistan, ha scritto su X il premier Shehbaz Sharif, è “pronto” a ospitare i colloqui “nell’interesse della pace e della stabilità nella regione e oltre”. Trump ha pubblicato sul suo social Truth il post dello stesso premier pakistano. Secondo la stampa locale, ad aiutare il Paese asiatico sarebbero stati soprattutto Egitto e Turchia. E una delle ipotesi è che, se andasse bene il primo incontro, gli Stati Uniti potrebbero essere rappresentanti in quelli successivi direttamente dal vicepresidente J.D. Vance.
Se in America aumenta l’onda a sostegno di questi colloqui, nella Repubblica islamica, al momento, la narrativa è diversa. Teheran alimenta la sua propaganda della linea “dura e pura”. Il comandante delle forze armate regolari, il generale Ali Abdollahi Aliabadi, ha dichiarato che l’Iran continuerà a combattere “fino alla vittoria completa”. I Pasdaran cercano di rafforzare ulteriormente la loro posizione di forza nelle gerarchie iraniane. E lo conferma la nomina di Mohammad Bagher Zolghadr come successore di Ali Larijani alla guida del Consiglio di sicurezza nazionale. Un uomo che ha avuto sempre incarichi di rilievi nei Guardiani della Rivoluzione, nel ministero dell’Interno e in quello della Giustizia, che non è mai stato un diplomatico né una figura di spicco della politica ma perfettamente integrato negli apparati militari e paramilitari.
L’inizio di una “militarizzazione” degli apparati si unisce alle ultime notizie riguardo allo Stretto di Hormuz. Secondo Reuters, la posizione di Teheran sul corridoio del Golfo Persico è che il controllo sia della Repubblica islamica. E anche un possibile controllo congiunto con Washington, per molti analisti, sarebbe una sconfitta di Trump. A detta di Bloomberg, gli iraniani avrebbero anche iniziato a chiedere un pedaggio a qualsiasi nave fino a due milioni di dollari. E tra le garanzie sulle future aggressioni e nessuna trattativa riguardo al programma balistico, l’impressione che l’Iran sia intenzionato a far vedere di non volere trattare. Difficile dire se questo sia poi il reale interesse della Repubblica islamica.
Un accordo, possibilmente anche rapido, potrebbe essere sfruttato da Teheran come strumento di propaganda, dando l’immagine di una vittoria. La sopravvivenza del regime, in parte già lo sarebbe. E anche per questo, non tutti, specialmente in Medio Oriente, appaiono convinti delle tempistiche scelte dalla Casa Bianca per questo negoziato. Israele è preoccupato dall’accelerazione. E non è un caso che già lunedì sera il premier Benjamin Netanyahu abbia sentito Trump e ribadito che qualsiasi intesa “salvaguarderà i nostri interessi”. Secondo Axios, Bibi ha anche sentito Vance per discutere delle basi dell’eventuale negoziato (e si sono rincorse voci di loro profonde divergenze sulla Cisgiordania e sui coloni).
E nel fronte del “no” a un accordo, quantomeno in questa fase, ci sarebbero anche Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Secondo il Nyt, il principe ereditario Mohammed bin Salman sta pressando Trump affinché continui la guerra e sfrutti una “opportunità storica” per cambiare il Medio Oriente. Il portale Middle East Eye ha rivelato nei giorni scorsi che Riad ha aperto la base King Fahd a Taif, nella zona occidentale del Paese, alle forze americane. L’Arabia Saudita teme che, in caso di accordo, un Iran indebolito militarmente ma con un regime saldo ne uscirebbe comunque più forte. E a detta del Wall Street Journal, dopo gli attacchi alle infrastrutture e agli impianti petroliferi, sauditi insieme agli Emirati Arabi Uniti avrebbero irrigidito le proprie posizioni al punto da essere disposti a unirsi alle operazioni contro l’Iran.
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