Le Ragioni di Israele
Trump rassicura Netanyahu sull’Iran ma chiede lo stop su Giudea e Samaria
TEL AVIV
Il premier israeliano Netanyahu è arrivato a Washington dopo aver sorvolato Italia, Grecia e Francia senza difficoltà, un dettaglio non secondario nel clima di tensione internazionale. Dall’Iran continuano ad arrivare segnali contraddittori: toni concilianti si alternano a dichiarazioni radicali difficilmente compatibili con un’intesa solida. Il presidente americano Donald Trump ribadisce che Teheran non arriverà né alla bomba atomica né a un rafforzamento del proprio programma missilistico balistico. Secondo Washington, l’Iran avrebbe interesse a un accordo, ma resta forte il timore di essere nuovamente ingannati, come già avvenuto in passato, e di minacciare ulteriormente la stabilità regionale.
Il confronto diplomatico dovrà presto misurarsi con i fatti. Netanyahu è a Washington con il suo staff per esporre direttamente a Trump le ragioni israeliane e spiegare perché, a suo giudizio, non ci si possa fidare del regime degli ayatollah. Sul piano militare, gli Stati Uniti hanno rafforzato la difesa militare nella regione in vista di possibili escalation. Anche le basi americane in Qatar risultano ora potenziate con sistemi di difesa aerea e missili intercettori, per proteggere le proprie forze e gli alleati locali. Appena atterrato, Netanyahu ha incontrato gli inviati americani, tra cui Steve Witkoff e Jared Kushner, che lo hanno aggiornato sull’esito del primo contatto indiretto tra Stati Uniti e Iran. Alle 17 italiane di mercoledì, si è svolto il faccia a faccia con Trump.
Il premier israeliano avrebbe cercato di influenzare l’amministrazione americana non solo sul dossier nucleare, ma anche su altri punti ritenuti centrali da Israele: la limitazione del programma missilistico balistico iraniano e la cessazione del sostegno ai proxy regionali, in particolare Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen. Parallelamente, le delegazioni avrebbero discusso scenari alternativi nel caso di fallimento dei negoziati, inclusa l’ipotesi di un coordinamento più stretto sul piano militare. Per Teheran gli spazi di manovra appaiono limitati, soprattutto se Washington dovesse includere formalmente nel negoziato anche il blocco della proliferazione missilistica. Trump deve inoltre tenere conto delle aspettative degli oppositori iraniani, che nei mesi scorsi hanno manifestato contro il regime pagando un prezzo elevato e che guardano agli Stati Uniti come unica possibilità di cambiamento insieme ad Israele.
Sul fondo resta un elemento politico non secondario: la possibile richiesta americana a Israele di contenere l’estensione della propria giurisdizione in Giudea e Samaria. Washington teme che ciò possa complicare ulteriormente il già fragile piano per Gaza, che incontra difficoltà significative nella sua attuazione e richiede negoziati complessi con molte parti coinvolte.
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