Africa Express
Alleanza tra Tanzania e Russia: investimenti e materie prime, una lezione strategica per l’Ue
Nella geopolitica contemporanea il vero potere non si misura più soltanto attraverso le alleanze militari o il controllo delle risorse naturali. Sempre più spesso passa dalla capacità di attrarre investimenti, trasformare materie prime e inserirsi nelle grandi catene del valore internazionali. È in questa prospettiva che va letta l’apertura della Tanzania verso la Russia, una mossa che dice molto di più delle relazioni bilaterali tra Mosca e Dar es Salaam.
La Tanzania occupa una posizione strategica nell’Africa orientale. Affacciata sull’Oceano Indiano, collegata ai mercati dell’East African Community e della Southern African Development Community, dispone di un vantaggio geografico che pochi altri Paesi africani possono vantare. Non è soltanto un mercato emergente: è un possibile hub logistico e industriale per una regione in rapida crescita demografica ed economica. Per questo motivo il messaggio lanciato negli ultimi mesi dalle autorità tanzaniane merita attenzione. L’obiettivo dichiarato non è più limitarsi a importare beni o attirare commercio, ma ottenere investimenti produttivi capaci di creare occupazione, trasferire tecnologia e aumentare il valore aggiunto generato localmente. Una strategia che riflette una tendenza più ampia presente in molte economie africane: passare dal ruolo di consumatori a quello di produttori.
Dal punto di vista russo, l’interesse è altrettanto evidente. Dopo il 2022, Mosca ha accelerato la ricerca di nuovi mercati e partner economici nel cosiddetto Sud globale. Le sanzioni occidentali hanno ridotto alcune opportunità tradizionali, spingendo il Cremlino a rafforzare relazioni commerciali e diplomatiche in Africa, Asia e Medio Oriente. La Tanzania rappresenta dunque una porta d’accesso a una delle aree più dinamiche del continente. Tuttavia sarebbe un errore interpretare questa convergenza come l’inizio di una dipendenza tanzaniana dalla Russia. Al contrario, la logica prevalente sembra essere quella della diversificazione. Dar es Salaam non vuole scegliere un unico partner strategico. Vuole aumentare il proprio margine di manovra mettendo in concorrenza attori diversi: la Cina nelle infrastrutture, l’India nei servizi e nella farmaceutica, i Paesi del Golfo nella logistica e nella finanza, l’Unione europea nello sviluppo sostenibile e nella regolazione, gli Stati Uniti nell’innovazione e negli investimenti privati, la Russia in comparti specifici come fertilizzanti, energia e cooperazione tecnica. Questa strategia è perfettamente coerente con gli interessi di un Paese che punta a rafforzare la propria sovranità economica senza rinunciare all’integrazione internazionale.
È anche una lezione che l’Europa dovrebbe osservare con attenzione. L’Africa non chiede più soltanto aiuti o accesso ai mercati. Chiede investimenti, industrializzazione e partnership tra pari. Resta però una regola fondamentale della geoeconomia: tra una dichiarazione politica e una trasformazione produttiva esiste una distanza enorme. Forum economici, memorandum e visite ufficiali sono soltanto il primo passo. Il vero test arriverà quando si vedranno cantieri, impianti industriali, reti energetiche, corridoi logistici e nuovi posti di lavoro. In fondo, il successo della strategia tanzaniana non dipenderà dalla quantità degli annunci né dal numero delle delegazioni in visita. Dipenderà dalla capacità di trasformare la competizione tra potenze in crescita economica reale. In un mondo multipolare, il vantaggio non appartiene a chi sceglie un padrone, ma a chi riesce a negoziare con tutti senza dipendere da nessuno.
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