Nel 2014 l’Ucraina fu attraversata da una serie di proteste filoeuropeiste, a seguito del tentativo dell’allora presidente Viktor Janukovyč, al guinzaglio di Mosca, di portare il Paese sotto il controllo russo. In quel periodo la Crimea fu annessa alla Russia, anche attraverso varie pratiche repressive. Tra queste ce n’è una particolarmente spregiudicata, poi proseguita e incrementata dopo l’invasione di territori ucraini nel febbraio 2022: il rapimento di bambini ucraini.

I rapimenti sono divenuti una parte integrante della strategia di Mosca per tentare di piegare le famiglie ucraine. Per contrastarli, il presidente Zelensky ha lanciato il piano d’azione strategico “Bring Kids Back” (Restituire i Bambini) e nel febbraio 2024 è stata lanciata una coalizione internazionale presieduta da Ucraina e Canada, che oggi conta sull’adesione di una quarantina di Paesi e del Consiglio d’Europa. Varie risoluzioni in merito sono state approvate dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea. La più recente è quella dell’Assemblea Generale dell’ONU, che il 3 dicembre ha votato a larga maggioranza per esprimere “profonda preoccupazione per la sorte dei bambini ucraini separati dalle loro famiglie dal 2014, anno in cui Mosca ha annesso la Crimea, compresi quelli trasferiti all’interno del territorio ucraino occupato e quelli deportati in Russia”.

La risoluzione descrive questi atti come violazioni delle Convenzioni di Ginevra, che vietano il trasferimento forzato o la deportazione di persone protette dal territorio occupato. Si chiede alla Russiadi garantire il ritorno immediato, sicuro e incondizionato di tutti i bambini ucraini che sono stati trasferiti o deportati con la forza” e di cessare qualsiasi ulteriore pratica di deportazione, separazione dalle famiglie, cambio di cittadinanza, adozione o affidamento in famiglie affidatarie e indottrinamento. Contro la risoluzione hanno votato, fra gli altri, Russia, Iran, Cuba, Nicaragua, Bielorussia, Corea del Nord, Mali e Sudan. Fra i 57 astenuti troviamo Cina, India, Iraq, Brasile, Algeria, Congo, Egitto, Libano, Kenya, Tailandia, Vietnam, Yemen e Qatar. È di fatto un quadro degli attuali schieramenti sullo scacchiere internazionale. Su questa macabra strategia russa abbiamo posto alcune domande a Thijs Reuten, laburista olandese ed europarlamentare del gruppo S&D, personalmente impegnato su questo fronte.

Questi rapimenti non sembrano ricevere grande attenzione mediatica. Perché?
«Alcuni media ne hanno parlato e in Parlamento Europeo è un argomento che trattiamo costantemente. Stiamo cercando di spingere la Commissione Europea ad attivarsi, anche in relazione all’impatto sui sistemi di tracciabilità dei tagli americani alla cooperazione internazionale. Questi sistemi sono essenziali perché, una volta rapiti, i bambini vengono portati in Russia, Bielorussia o nei territori occupati per farne perdere le tracce».

Quali sono le reazioni del pubblico e della politica?
«Per molti è incredibile che qualcosa di così grave possa accadere. Si stanno però sviluppando iniziative bipartisan sia in Europa che in America. C’è maggiore attenzione ma resta incomprensibile come dei bambini vengano rapiti come strategia bellica. È un atto genocida in questa guerra di aggressione».

Perché la Russia sequestra i bambini?
«I rapimenti hanno giocato un ruolo nelle guerre di aggressione russe già dai tempi dell’URSS. Hanno tentato di russificare i territori trasferendo persone oppure rimuovendo chi vi abitava. È parte di una strategia genocida con elementi di terrorismo, perché ha un effetto agghiacciante sulla popolazione. Senti dai vicini che i loro bambini sono scomparsi e sai che presto anche i tuoi potrebbero fare quella fine. Purtroppo non sono azioni aliene alla storia della Russia, che ha mirato a piegare la volontà delle altre popolazioni anche usando deliberatamente i bambini in questo modo».

Cosa succede a chi viene rapito?
«Dopo un paio d’anni alcuni sono cresciuti abbastanza per essere cinicamente avviati al servizio militare e contribuire ad attaccare il proprio Paese. Nel frattempo, vengono ‘rieducati’, spinti a dimenticare le loro origini, costretti a imparare il russo e a negare la loro identità».

Quanti bambini sono stati rapiti?
«È difficile dirlo. Per cautela, in Parlamento Europeo abbiamo adottato la cifra di circa ventimila fornita dall’iniziativa Bring Kids Back, ma da altre fonti sentiamo numeri molto più alti. È plausibile pensare che siano oltre centomila ma sono comunque dati sconvolgenti. Grazie alle varie iniziative, alcuni ragazzi sono stati restituiti alle famiglie e raccontano storie agghiaccianti. È un atto criminale ed è importante parlarne per illustrare la brutalità e criminalità del regime di Putin».

Come pensate di procedere in Parlamento Europeo?
«È necessario che su questo tutti i gruppi politici lavorino insieme. Credo che Paesi come l’Italia e la Spagna potrebbero fare di più ma dobbiamo comunque sentirci uniti perché stiamo combattendo una minaccia esistenziale. Putin non si fermerà se non interveniamo. La prossima settimana voteremo sul prestito di riparazione per l’Ucraina usando i beni immobilizzati dalla Russia. Dobbiamo evitare polemiche e lavorare insieme esprimendo un forte sostegno all’Ucraina per fermare l’appropriazione russa dei suoi territori e questo processo di disumanizzazione. Se non riusciamo a comunicare chiaramente su questo, su cosa possiamo farlo? Gli autocrati non devono dividerci o intimidirci».

Le varie risoluzioni stanno avendo effetti concreti?
«Alcuni bambini stanno ritornando ma non possiamo fermarci finché non ci sarà una pace giusta e dignitosa. Può sembrare irrealistico assicurare alla giustizia questi criminali ma molti erano scettici anche quando si istituì il tribunale per i crimini commessi nell’ex Jugoslavia. Dobbiamo continuare a credere che giustizia verrà fatta e che i responsabili risponderanno delle loro azioni. È necessario ottenere una pace giusta e duratura e non possiamo accettare la restituzione solo di alcuni o molti dei bambini rapiti. Devono tornare tutti».

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