Era la primavera del 2000. In Italia papa Giovanni Paolo II aveva promosso il Giubileo delle carceri. I detenuti erano più o meno lo stesso numero rispetto a quello attuale ovvero erano intorno ai 54 mila. Negli Stati Uniti per ancora pochi mesi Bill Clinton sarà il Presidente. Il novembre successivo inizierà l’era di George W. Bush. I detenuti nelle prigioni americane nel 2000 erano circa 2 milioni, come oggi, nonostante l’approccio più mite di Barack Obama e i suoi tentativi di riforma della giustizia criminale. Incontrai proprio in quel frangente per la prima volta Nils Christie, l’abolizionista che intervenne persino ai Meetup del Movimento 5 Stelle. Eravamo a Lecce ai tempi in cui il compianto sociologo delle religioni Pietro Fumarola invitava abolizionisti e garantisti a dialogare sulla giustizia. Nils Christie aveva pubblicato in Italia quattro anni prima per Eleuthera Il business penitenziario.

La via occidentale al gulag. Il reato non esiste era il suo refrain. Il reato è un’invenzione artificiosa del decisore politico. Così lui argomentava: «Ci sono molte cose pessime al mondo, cose che io personalmente disapprovo, ma la questione è se esse costituiscano dei reati oppure no: è un problema di definizione. Noi dobbiamo decidere cosa è criminale e cosa non lo è. Cosa assomiglia al criminale: il cattivo, l’incomprensibile, l’involontario? Niente di tutto questo lo è necessariamente, c’è una grande libertà nelle definizioni. La maggior parte dei comportamenti che consideriamo criminali hanno a che vedere con dei conflitti, ma i conflitti possono anche essere mediati. Possiamo leggerli come le contraddizioni insite nella natura umana. Dobbiamo lavorare su vie alternative al sistema delle pene, dobbiamo occuparci di riconciliazione e di compensazione delle vittime. Nella vita civile accade che sorga un conflitto, segno di un disagio, e che si entri in contrasto con la polizia, con le istituzioni. A quel punto non dobbiamo essere interessati alla soluzione più facile, ossia alla vittoria dello Stato che sconfigge il criminale».

In primo luogo mi soffermo sul linguaggio. Christie non si affidava a un linguaggio per esperti. Il suo non era un linguaggio tecnocratico. Non usava termini che rinviavano a motivazioni giuridico-filosofiche. Non cercava di legittimarsi con le parole all’interno di un pensiero storicamente solido e fondato. Non si poneva in continuità espressa con nessuno nella storia delle idee. Si affidava a un linguaggio immediato da tutti comprensibile. Christie non era preoccupato di legittimarsi davanti alla comunità scientifica dei penalisti o più in generale dei giuristi. Le sue parole avevano qualcosa di “religioso”, di “cristiano”, di “anarchico”. La riconciliazione rinvia al Vangelo e al sacramento della Confessione. «La misericordia di Dio sarà sempre più grande di ogni peccato»: twittò Papa Francesco usando l’account @Pontifex in ben nove lingue.

I due linguaggi non sono distanti. Il tweet di papa Francesco è tratto da Misericordiae Vultus, la Bolla con cui è stato indetto il Giubileo Straordinario della Misericordia. «Nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona» afferma Papa Francesco nel testo della Bolla per il Giubileo. Per Papa Francesco vi è una sola eccezione alla possibilità di mediare: «Non esiste alcun peccato che Dio non possa perdonare! Nessuno! Solo ciò che è sottratto alla divina misericordia non può essere perdonato, come chi si sottrae al sole non può essere illuminato né riscaldato» (Discorso ai partecipanti a Corso della Penitenziaria, 12 marzo 2015). Per cui tutto è nelle mani e nella disponibilità del peccatore, del criminale. «Dio ci comprende anche nei nostri limiti, ci comprende anche nelle nostre contraddizioni. Non solo, Egli con il suo amore ci dice che proprio quando riconosciamo i nostri peccati ci è ancora più vicino e ci sprona a guardare avanti. Dice di più: che quando riconosciamo i nostri peccati e chiediamo perdono, c’è festa nel Cielo. Gesù fa festa: questa è la Sua misericordia». Papa Francesco parla di contraddizioni. Christie di conflitti e disagi. Siamo là. Chi va alla ricerca nel pensiero di Christie e degli abolizionisti del diritto penale di una logica ferrea, di soluzioni giuridiche che funzionino, di alternative che funzionano sbaglia piano. Christie non era interessato a dimostrare scientificamente che la sua proposta reggesse ai dubbi dei liberali, dei riduzionisti, dei garantisti. Il suo era un altro piano, quello di ciò che è umano e giusto fare, a prescindere se funziona o meno. Non troppo diversamente da quanto Papa Francesco o un uomo di Chiesa è interessato a fare.

La proposta abolizionista di Nils Christie parte da una dura analisi critica degli affari selvaggi del mondo capitalistico neo-liberale. Rinvia a una visione comunitaria anti-statalistica e anti-liberista. «Ci sono tantissimi soldi che girano intorno al sistema carcerario, c’è un business edilizio che alimenta una grossa industria, in particolare negli Stati Uniti. Per costruire un carcere e mettere insieme una équipe che lo gestisca ci vuole parecchio denaro. La situazione negli Usa è tale che nei distretti territoriali mettere su prigioni conviene.  Per molti paesi le carceri sono una grossa risorsa industriale mai in crisi. Ne è un esempio il fiorire di prigioni private: un modo fra i tanti per fare soldi sul crimine. Il controllo penale si sta lentamente sostituendo alla sicurezza sociale. Per esempio il sistema newyorkese con la sua tolleranza zero è molto costoso, e questo significa una riduzione della spesa per il sistema scolastico. Così quest’ultimo si deteriora, mentre cresce il sovraffollamento delle carceri che diventano sempre di più una scuola del crimine. Una situazione di tragica idiozia. La stessa cosa accade in California dove, bilanci alla mano, è facile verificare che si spende molto di più per le carceri che non per la scuola, e c’è una potente lobby che lucra sull’industria delle prigioni».

La parola chiave è comunità. Il crimine deve essere compreso, risolto, masticato dentro la comunità.  L’abolizionismo penale dunque è qualcosa che mette in discussione il mondo sociale ed economico in sui siamo immersi. Non è provata la sua compatibilità con il sistema democratico liberale contemporaneo né la capacità di reggere al rischio di derive violente nonché di crescita della percezione di impunità e di richiesta di vendetta. L’abolizionismo penale è una grande suggestione culturale. Rimanda alla trasformazione della società statuale in comunità piccole, religiose o libertarie.  Altra cosa è invece l’abolizionismo carcerario. In questo caso il sistema penale resterebbe in piedi; si andrebbe a modificare il solo sistema delle sanzioni, rinunciando definitivamente alla pena carceraria. L’abolizione delle carceri è compatibile con il paradigma del diritto penale minimo di Luigi Ferrajoli che ci ha insegnato che vanno minimizzati i reati e minimizzate le pene allo scopo di ridurre l’immissione di violenza nella società. Il punto è come modificare il sistema delle sanzioni, ma soprattutto avere la capacità di inventarne di altre e nuove senza far crescere il senso collettivo di impunità e il desiderio di vendetta. È questa una prospettiva umanistica di tipo social-liberale del tutto compatibile con l’attuale organizzazione del potere.