Stringi stringi, la vera notizia che La Repubblica (Salvo Palazzolo) ci ha dato giovedì scorso in prima pagina a proposito di “boss e mezzi boss” (oscuro copyright by Attilio Bolzoni) scarcerati durante il lockdown per rischio Covid, è che essi non furono 498, come pure dichiarato dal Ministro Bonafede in Parlamento, ma 223, cioè meno della metà. Lo dobbiamo a una analisi finalmente seria dei fascicoli in questione svolta da parte del nuovo capo del Dap, Bernardo Petralia (se aspettavi il nostrano “giornalismo giudiziario di inchiesta”, stavi fresco!). Fosse stata fatta prima, saremmo stati tutti moralmente autorizzati ad indignarci un buon cinquanta per cento in meno, e magari a risparmiarci almeno una parte delle tremila puntate di “Non è l’Arena, è una Gazzarra”.

Il fatto è – lo diciamo da sempre – che in questo paese di giustizia penale si ama parlare a prescindere dai fatti. Si parla di processi senza conoscerli, di sentenze senza averle lette (e in ogni caso, occorre anche capirle), di scarcerazioni a prescindere dal perché e dal per come. Se Bolzoni avesse letto Palazzolo (ma non lo ha fatto, continua a parlare di 498 scarcerati), avrebbe dovuto misurare la coerenza del proprio ragionamento con quella notizia. Da decenni, applicando leggi illuminate e purtroppo sempre più derogate ed avversate, i Tribunali di Sorveglianza applicano (per motivi di salute o di reinserimento sociale, come preteso dalla Costituzione) misure alternative al carcere ai temutissimi “boss e mezzi boss”: categoria che, naturalmente, non significa un bel nulla.

Ancora nessuno ci ha spiegato quali sarebbero gli esatti contorni della nozione di “boss”, figuriamoci il “mezzo boss”. Parliamo di detenuti in alta sorveglianza, visto che la bufala dei “41 bis” scarcerati giusto Giletti la poteva raccontare (se poi un detenuto al 41 bis ha un cancro alla prostata, ancora non è previsto che ne debba morire in carcere). Quindi detenuti condannati per reati di gravità medio alta, in grande prevalenza traffico di stupefacenti, spesso ma non sempre gestito da cosche mafiose o camorristiche o ‘ndranghetistiche; ma in larga parte manovalanza di medio livello, al più meri partecipi delle associazioni.

I rischi sanitari connessi alla epidemia Covid sono stati giustamente considerati dai Tribunali di Sorveglianza, anche su sollecitazione del Dap in relazione ai pericoli del sovraffollamento carcerario, meritevoli di valutazione esattamente al pari di ogni altra condizione potenzialmente lesiva del diritto alla salute del detenuto, soprattutto per soggetti sanitariamente deboli (ultrasettantenni, a volte ultraottantenni con gravi comorbilità), che non certo da ora la legge impone di valutare. E quindi? Dove risederebbe lo scandalo? Quale sarebbe la notizia? Di cosa dovremmo indignarci?

Io ho ben chiaro di cosa indignarmi, e cioè proprio di questo modo davvero insopportabile di fare informazione giudiziaria. Mi domando: Bolzoni ha compulsato non dico tutti i 223 fascicoli relativi alle altrettante scarcerazioni in ordine alle quali semina indignazione, ma almeno una parte di essi? Parla con cognizione di causa? Ho l’impressione di no. E soprattutto, si guarda bene dall’informare i suoi lettori che queste “scarcerazioni” sono frutto di un vaglio procedimentale accurato che prevede non solo lo scrutinio da parte dei Tribunali di Sorveglianza di documentazione medica, relazioni comportamentali dal carcere, informative antimafia e di polizia giudiziaria, ma soprattutto – e basterebbe questo – il parere dell’organo dell’Accusa, cioè della Procura generale.

Per esperienza dico che, con la più alta probabilità, quei provvedimenti sono stati nella maggior parte dei casi accompagnati dal parere favorevole dei Procuratori generali. Potrei essere smentito naturalmente, ma è mai possibile che un giornalismo che voglia occuparsi seriamente del problema ritenga di poter prescindere da questo genere di accertamenti? E ove le cose stessero come dico, non avrebbe da trarne alcuna conseguente riflessione?

La tragedia è che si fa informazione per simboli, per suggestioni, per categorie astratte grossolane (“boss e mezzi boss”). Non sono 223 provvedimenti giurisdizionali accuratamente adottati da decine e decine di giudici diversi vagliando i singoli casi: sono “le scarcerazioni dei boss mafiosi”, che sarebbero state determinate – questa è la bufala ancora più inqualificabile – da una circolare del Dap. Di qui la trama fantasiosa del b-movie che va in onda da qualche mese, e che presto deraglierà – sono pronto a scommettere – verso una seconda edizione de “La trattativa”.

Non conta nulla il lavoro di quei Magistrati, ma il processo di piazza inscenato da giudici autoproclamatisi tali, che ritengono del tutto superfluo ed anzi controproducente informarsi dei fatti, studiare le carte, acquisire consapevolezza di regole e procedure. Scrive Bolzoni, come a scrollarsi di dosso queste elementari obiezioni: “la legge è legge, ma la mafia è la mafia”. Leggetela bene questa frase, è la più esplicita delegittimazione della Legge, del primato dello Stato e della Legge sull’arbitrio e sul taglione. “La legge è legge, ma la mafia è la mafia”, io – francamente, dott. Bolzoni- lo lascerei dire ai mafiosi. Boss o mezzi boss che siano.