Il decreto Bonafede finisce davanti alla Consulta. La misura approvata dal governo lo scorso 9 maggio con la quale è stato previsto il ritorno in carcere dei ‘boss’ scarcerati nei mesi scorsi per l’emergenza Coronavirus, ha visto un giudice di sorveglianza del Tribunale di Spoleto sollevare una questione di legittimità costituzionale.

Il magistrato Fabio Gianfilippi, come appreso dall’AdnKronos, con un’ordinanza del 26 maggio ha trasmesso gli atti alla Corte Costituzionale dichiarando “rilevante e non manifestamente infondata” la questione di legittimità dell’articolo 2 del decreto (29/2020), “nella parte in cui prevede che proceda a rivalutazione del provvedimento di ammissione alla detenzione domiciliare o di differimento della pena per motivi connessi all’emergenza sanitaria da Covid-19, il magistrato di sorveglianza che lo ha emesso”.

Nell’ordinanza del giudice di Spoleto viene trattato il caso di un detenuto condannato a 5 anni di carcere e finito ai domiciliari. L’uomo, sottoposto a trapianto di organi “con la necessità di continuare il trattamento con immunosoppressore e immunoglobuline anti-Hbv”, era ritenuto a rischio e con la richiesta di scarcerazione del suo legale approvata, era stato mandato ai domiciliari.

Con la norma Bonafede il suo caso è tornato al magistrato di sorveglianza per la revoca degli arresti domiciliari e il ritorno in carcere. Il magistrato di Spoleto ha voluto però sollevare la questione di legittimità costituzionale mandando gli atti alla Corte Costituzionale.