«Il paziente può contare su presenza e monitoraggio costante degli operatori sanitari». È uno dei passaggi del provvedimento con cui il magistrato di Sorveglianza di Reggio Emilia ha rigettato l’istanza di detenzione domiciliare per motivi di salute presentata da Raffaele Cutolo, il vecchio capo della Nuova camorra organizzata e protagonista di un pezzo importante della storia criminale campana e italiana. In sintesi, Cutolo può essere efficacemente curato nel carcere di Parma, anche perché lì di recente sono stati assunti nuovi operatori socio sanitari e nella cella è stato predisposto “un letto dotato di sponde e un materasso anti-decubito”. «Io – commenta l’avvocato Gaetano Aufiero, difensore di Cutolo – non sarei tranquillo a farmi curare da operatori socio sanitari se avessi gravi patologie polmonari. Rispetto ma non condivido la decisione del magistrato».

La decisione arriva dopo settimane in cui il dibattito sulle scarcerazioni ai tempi del Covid ha assunto toni forti, scatenato aspre polemiche, creato fazioni e scandalizzazioni. La decisione del magistrato di Sorveglianza non mette un punto alla vicenda. Il provvedimento sarà a breve al vaglio del Tribunale di Sorveglianza. «Non mi aspetto nulla», aggiunge l’avvocato Aufiero facendo riferimento al clima di queste settimane. «Rispetto tutte le decisioni ma non posso condividere un’idea di morte della giustizia, l’idea che chi è condannato per determinati reati debba morire in carcere». Cutolo ha 79 anni, da oltre 40 anni è ininterrottamente detenuto ma aveva già fatto 15 anni, in regime di 41bis dal 1992. I problemi respiratori che il 18 febbraio scorso aggravarono il suo quadro di salute rendendo necessario il ricovero in ospedale fino al 9 marzo saranno curati in carcere.

La documentazione acquisita dalla direzione sanitaria del penitenziario dove Cutolo è recluso, a Parma, «comprova – scrive il magistrato di Sorveglianza – una situazione detentiva rispettosa della dignità personale». Esclusa la possibilità di trasferire il detenuto in un’altra struttura adeguata a fornire le cure di cui ha bisogno, il Dap, interpellato sul punto, il 9 aprile aveva fatto sapere che nel circuito dei detenuti al 41bis, il famigerato carcere duro, «non ci sono standard assistenziali più elevati rispetto a quelli garantiti a Parma». Come a dire che lì, nell’istituto di pena emiliano, Cutolo potrà sicuramente essere ben curato.

A integrare la comunicazione, il Dap ha fatto anche sapere che nel carcere emiliano a fine aprile ci sono state assunzioni di operatori socio sanitari, con nuove 14 unità, otto delle quali si occuperanno della salute di detenuti come lo stesso Raffaele Cutolo. Quanto all’ipotesi di un possibile aggravamento delle condizioni di salute dell’anziano boss, ipotesi che l’avvocato Aufiero aveva indicato tra i motivi a sostegno della richiesta di consentire al detenuto di lasciare la cella per la detenzione domiciliare, il magistrato di Sorveglianza ha chiarito che, se la salute di Cutolo dovesse peggiorare, l’ex capo della Nco potrebbe contare su strutture territoriali esterne, un ospedale come quello dove fu portato d’urgenza a febbraio. Mentre sul rischio di contagiare il Covid-19, il 41 bis – si è sottolineato – prevede una cella singola con i necessari presidi sanitari. Inoltre, si legge nel provvedimento, «Cutolo ha da anni rinunciato ai momenti di socialità così di fatto riducendo ulteriormente i contatti interpersonali e le vie di contagio».