Vince la sfida dei duri e puri dell’anti-mafia. Perde il diritto. La prima conseguenza dell’affaire Bonafede-Di Matteo è la retromarcia del ministero della Giustizia sulla questione delle scarcerazioni. Alfonso Bonafede avrebbe infatti deciso di revocare le misure alternative disposte nei confronti di alcuni detenuti a causa dell’emergenza coronavirus. Per il Guardasigilli, insomma, è “passata l’emergenza sanitaria“; è finita; e quindi i boss dovranno tornare dietro le sbarre. Un gruppo di lavoro istituito dal ministro starebbe esaminando la questione e sarebbe quindi in procinto di elaborare un decreto per rinviare le decisioni prese ai tribunali di sorveglianza.

I boss scarcerati sono stati 376. Il Riformista faceva notare ieri come solo tre fossero reclusi al 41bis. Si tratta di Pasquale Zagaria, Francesco Bonura e Vincenzo Iannazzo. Un altro, Antonino Sudato, in Alta Sicurezza 1. E quindi tutta la retorica dello “Stato che si arrende alla criminalità“, soltanto per via della più grave pandemia degli ultimi secoli, non è credibile. In 180, meno della metà, stanno scontando una condanna definitiva. Il resto, 196, stanno scontando gli arresti domiciliari: oltre la metà è quindi in attesa di giudizio. In tutto i detenuti mandati agli arresti domiciliari a causa della pandemia sono stati 2.917. Molti sono ultrasessantenni. A 746 è stato applicato il braccialetto elettronico. Il sovraffollamento resta comunque la criticità più grave delle carceri italiane: al primo maggio sono 53,187 i detenuti negli istituti, secondo quanto dichiarato dal Garante Nazionale dei Detenuti Mauro Palma.

Le richieste di misure alternative erano state presenate dai legali, dagli stessi detenuti e anche in seguito alle segnalazioni da parte del personale sanitario impiegato presso gli istituti. Una circolare del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) del 21 marzo aveva raccomandato alla magistratura di sorveglianza di segnalare i detenuti affetti da 10 patologie ritenute ad alto rischio una volta in contatto con il Covid-19. Una misura inoltrata il mese successivo anche ai direttori degli istituti.

La decisione maturata a via Arenula è, probabilmente, l’effetto immediato del duello televisivo ingaggiato con Nino Di Matteo e sulla sua nomina o presunta tale a capo del Dap, andato in onda sulla trasmissione di La7 Non è l’arena. La scorsa settimana, proprio a capo del dap, l’avvicendamento tra il dimissionario Francesco Basentini e Dino Petralia. Basentini avrebbe pagato le pressioni subite dopo le proteste e le rivolte esplose nelle carceri a inizio marzo – a causa delle sospensioni dei colloqui con i familiari – che hanno causato 13 morti. E quindi la questione dei boss scarcerati.