Bonafede, il dottor Tartaglia, i direttori dei principali giornali italiani e i leader di quasi tutti i partiti politici (esclusa forse – forse – Forza Italia) hanno vinto la loro battaglia e ottenuto che l’ottantenne Francesco Bonura, malato di cancro e che ha già scontato quasi 18 anni di prigione per estorsione, torni in cella, dopo che il tribunale di sorveglianza di Milano gli aveva concesso di scontare ai domiciliari gli ultimi sei mesi di pena. La decisione, appena appena umanitaria, dei magistrati milanesi aveva sollevato un’iradiddio. Nino Di Matteo, membro del Csm, aveva addirittura accusato i giudici di Milano di aver subito il ricatto della mafia.

Cioè, a occhio, di concorso esterno in associazione mafiosa. Il ministro, terrorizzato e aizzato dai giornali, quasi tutti (senza distinzioni politiche) aveva predisposto un decreto, del tutto incostituzionale, che permette, più o meno, al Dap, di costringere i magistrati a riarrestare i detenuti scarcerati. Per dovere di cronaca: Bonura non è accusato né come esecutore né come mandante, di alcun reato violento.