Repubblica, ieri mattina, è uscita con un titolo a caratteri di scatola che campeggiava in prima pagina: Boss scarcerati, la lista segreta. Nel sottotitolo si spiegava che c’è un elenco di 376 detenuti messi in libertà dalla magistratura all’insaputa di tutti e che ora in Italia è scattato l’allarme rosso per la mafia. In un articolo sul nostro giornale, Stefano Anastasia spiega che i boss che lasciano il 41 bis non sono esattamente 376. Sono tre. E i tre nomi non sono neppure segretissimi. Zagaria, Bonura e un certo Vincenzo Iannazzo, condannato a 14 anni perché considerato esponente della ‘ndrangheta. Di Zagaria e Bonura si è già parlato molto nei giorni scorsi. Su tutte le prime pagine e in tutti i talk show. E la notizia della scarcerazione di Iannazzo è nota da un po’ più di un mese.

Diciamo pure che lo scoop, in quanto scoop, non c’è. C’è però, evidentissima, la volontà di creare allarme e di favorire la sensazione, nell’opinione pubblica, che la mafia stia tornando a essere una grande emergenza nazionale e che occorrano provvedimenti rigorosi e una stretta a base di manette e più anni di carcere. È una offensiva in grande stile, condotta in particolare dai partiti più inclini al populismo, e cioè quelli della destra di Salvini e Meloni e, naturalmente, i 5 Stelle. Probabilmente però questa offensiva non avrebbe dato i risultati eccezionali che sta dando, in termini di indignazione pubblica, se non avesse ricevuto il sostegno appassionato del sistema informativo. Giornali e Tv, soprattutto. Guidati e governati e frustati come cavalli dal Fatto di Travaglio, ma ormai in grado di muoversi anche indipendentemente.

Un po’ stupisce che questa uscita ultra-giustizialista sia il primo atto significativo della nuova direzione di Maurizio Molinari. Non lo conosco bene, personalmente, ma lo ho sempre letto e apprezzato. Molinari è un giornalista molto serio, colto, intelligente. È stato un eccellente corrispondente da New York e poi un ottimo direttore della Stampa. Non riesco a capire come abbia potuto permettere la scivolata di oggi del suo giornale. Una scivolata in pieno stile Fatto Quotidiano. Peraltro il titolo contiene una notizia assolutamente falsa. Nel gergo giornalistico, e nella vulgata dell’opinione pubblica, “boss” vuol dire capomafia. Come immagino voi sappiate, i capi della mafia, in Italia, da diversi anni vengono imprigionati in regime di 41 bis, cioè son messi al carcere duro. Non solo i più spietati, anche quelli che magari sono stati condannati solo per reati minori, ma con l’aggravante mafiosa (come è il caso dei tre scarcerati). Che poi questa sia una pratica compatibile con la Costituzione e con la dichiarazione dei diritti universali dell’uomo è un’altra discussione (comunque non è compatibile..) Ora, dire che c’è una lista di 376 boss quando in realtà la lista è di solo 3 presunti boss, è chiaro che equivale a fornire al lettore una notizia falsa. Ed è falsa anche la notizia che questa lista sia segreta, perché i nomi dei tre boss in questione erano noti a tutta l’opinione pubblica. Diciamo pure che su cinque parole di quel titolo, l’unica vera vera è la parola lista. Troppo poco, no?

Come può succedere che uno dei due colossi dell’editoria italiana, pilastro dell’intellettualità borghese illuminata, scelga di inseguire il Fatto Quotidiano – cioè un giornale ostentatamente qualunquista – sia nella linea politica sia nello stile giornalistico? Secondo me questa è una domanda seria. Perché riguarda non solo il mondo dell’informazione ma l’intero svolgersi dello spirito pubblico in questo Paese. Le classi dirigenti danno ormai per scontata una egemonia fondamentalista e giustizialista. E si sottomettono. Qualunque idea liberale è scacciata dal panorama intellettuale e informativo. È considerata indecorosa, inapplicabile, inavvicinabile, scandalosa. Il ceto giornalistico è quasi interamente costruito nel cantiere post-Tangentopoli.

Il giornalismo giudiziario ha preso il sopravvento su tutte le altre categorie del giornalismo, e per giornalismo giudiziario si intende quel tipo di informazione che parte dall’idea che una verità esista e questa verità sia a palazzo di Giustizia, o nelle stazioni dei carabinieri o anche, spesso, nei corridoi dei servizi segreti. Una parte non piccola del giornalismo giudiziario nasce lì: o nelle anticamere dei Pm o direttamente nelle stanze degli 007. E anche i commentatori sono ormai subalterni ai cronisti giudiziari.

Tutto questo sta provocando un gigantesco spostamento di opinione pubblica. I partiti c’entrano qualcosa, c’entra la crisi, c’entrano anche le difficoltà delle democrazie in tutto l’Occidente. Ma il sistema dell’informazione, scritta e Tv, qui da noi ha un peso sconvolgente nella grande operazione populista. Un titolo come quello di oggi di Repubblica, che comunque influenza un settore significativo della borghesia perbene e un po’ di sinistra, vale più di cento citofonate di Salvini. C’è un modo per salvarsi? Per reagire? Forse, se si muove qualcosa in politica. Ma occorrerebbero leader coraggiosi, che sappiano guardare al futuro. O, addirittura, statisti. Ne avete visto qualcuno in giro?