Nella serata in cui si consumava la rissa di stampo forcaiolo tra un ministro di Giustizia in carica e un magistrato che ambirebbe a sedersi al suo posto, è passato inosservato un suggerimento arrivato da un ex guardasigilli. Il ministro Bonafede, ha detto Claudio Martelli nella puntata della trasmissione “Non è l’arena”, avrebbe dovuto fare come me. I magistrati scarcerano i mafiosi? E tu li fai riarrestare dando una diversa interpretazione della legge che li ha fatti uscire di galera.  È storia vera, lui ha proprio fatto così, quando era ministro. Con una grave interferenza del potere esecutivo sull’autonomia della magistratura che quella volta, nel nome della lotta alla mafia, fu accettata in un silenzio tombale da giudici, giuristi e sindacalisti in toga.

Era il 1991, era da poco terminato con una raffica di condanne il maxiprocesso di Palermo, voluto tenacemente da Giovanni Falcone. Se la magistratura aveva vinto la sua battaglia, non altrettanto si poteva dire del governo Andreotti che già portava i segni della fine della Prima repubblica. La gran parte dei boss mafiosi, a partire da Totò Riina, era infatti latitante e apparentemente irraggiungibile. Il maxiprocesso aveva segnato anche la fine del sistema inquisitorio, retaggio anch’esso di un sistema che andava morendo. Dal 24 ottobre del 1989 era in vigore il nuovo sistema processuale accusatorio. Solo “tendenzialmente”, purtroppo, recitava la relazione introduttiva. Era giunta l’ora di cominciare ad applicarlo.

Da bravo primo della classe, toccherà al giudice Corrado Carnevale, presidente della prima sezione della corte di Cassazione, rompere il ghiaccio. Le carceri traboccavano di detenuti in custodia cautelare, anche a causa di termini lunghissimi di detenzione, che però il nuovo codice riduceva sensibilmente. Così, ricalcolandone i tempi, la Cassazione dispose la scarcerazione di 43 imputati di reati di mafia. Scoppiò il finimondo. Tutti erano d’accordo sul fatto che i termini di custodia cautelare fossero proprio scaduti, ma un’interpretazione di tipo sostanzialistico sosteneva che il legislatore, anche se non lo aveva scritto nella relazione introduttiva alla riforma, avrebbe avuto l’intenzione di “congelare” i tempi processuali in relazione a persone detenute.

I 43 furono comunque scarcerati e il mondo politico impazzì. Ecco dunque che cosa inventò un governo debole e incapace di combattere la mafia per esempio scovando e facendo arrestare i latitanti. Su iniziativa dei ministri Scotti (Interni) e Martelli (Giustizia), la coppia più muscolare e sostanzialista della storia passata, il governo emise un decreto legge di interpretazione della norma e, quel che è più grave, retroattiva. Lo fece 16 giorni dopo la sentenza. E quando nella notte le forze dell’ordine andarono a riarrestare i 43, li trovarono tutti nel loro letto, nelle loro case. Nessuno era scappato.

Mai si era visto un governo comportarsi come un super-tribunale, come un quarto grado di giudizio inappellabile. Non risulta ci siano stati scioperi di magistrati o vibranti proteste dell’Anm per difendere l’autonomia della magistratura in quei giorni. E chissà che cosa potrebbe accadere oggi se il ministro Bonafede accogliesse il suggerimento di Martelli e facesse votare al governo un decreto “interpretativo” della norma che consente di scarcerare i detenuti le cui condizioni di salute sono incompatibili con il carcere. Il Pds del 1991, che era all’opposizione del governo Andreotti, votò la conversione in legge di quel decreto, con grande mal di pancia di Stefano Rodotà, che non lo condivideva per nulla, insieme a un piccolo drappello di socialisti. Di quei partiti non ne esiste più nessuno oggi in Parlamento, con l’eccezione per gli eredi del Pds.

Sarebbe interessante sapere per esempio che cosa penserebbe Matteo Renzi di quel tipo di iniziativa di politica giudiziaria. E anche qualche giurista, visto che allora si scomodarono in favore del provvedimento giuristi come Neppi Modona e Vittorio Grevi. E il giudice Carnevale, il più preparato, puntiglioso e formalista, era rimasto isolato. I ministri Scotti e Martelli poterono così proseguire quel tipo di politica giudiziaria, soprattutto dopo quel che accadde nell’anno successivo, con le uccisioni per mano della mafia di Falcone e Borsellino. Sono i giorni della fretta, il governo ha il fiato sul collo dell’opinione pubblica perché Totò Riina è ancora uccel di bosco, perché c’è una grande debolezza economica, tanto che il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi chiede al governo un immediato risanamento della finanza pubblica con una manovra di 30.000 miliardi di lire per il 1992 e una da 100.000 per il 1993. Viene frettolosamente eletto presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che sarà uno dei peggiori. E il Parlamento approverà il famoso decreto Scotti-Martelli, ultimo provvedimento di un governo ormai dimissionario, impregnato più di vendetta che di diritto. Che interviene non solo per combattere la criminalità mafiosa, ma in senso peggiorativo sull’intero processo. Da lì nasce per esempio il famoso “ergastolo ostativo”, solo oggi messo in discussione dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e dalla Corte Costituzionale.

Questa è la storia. Ed è singolare che colui che, nonostante in quelle occasioni e soprattutto dopo l’uccisione di Falcone abbia imbarbarito il processo sotto un impulso emotivo, è stato comunque un buon ministro, suggerisca oggi di imboccare quella strada a un pessimo ministro come Bonafede. Come mettere un kalashnikov in mano a un bambino. Ed è ancora più strano che Claudio Martelli, che è stato poi a sua volta vittima del furore giustizialistico di quegli anni, possa ancora rivendicare a proprio merito quel tipo di provvedimenti. Emergenziali, certo. Ma le peggiori leggi, dai tempi del terrorismo e poi delle stragi mafiose e infine dei reati contro la pubblica amministrazione, sono proprio quelle ispirate dalle emergenze del momento. Ieri e oggi.