Si è scatenata la tempesta perfetta. Ha una forza bestiale: destra, sinistra, giornali, Tv e un pezzo – probabilmente ancora minoritario ma fortissimo – della magistratura. È un susseguirsi di grida feroci. Ciascuno cerca di essere più feroce dell’altro. Qual è l’obiettivo? Direi che gli obiettivi sono due. Il primo, politico, sono i voti. Voti da rastrellare in cambio di giustizialismo a buon mercato (potremmo perfino definirli “voti di scambio”). Il secondo obiettivo è quello che indicavano sul Riformista di sabato scorso: intimidire la parte più seria e scrupolosa della magistratura, quella più legata ai principi del diritto, e fargli capire che non è più aria di discorsi e di Costituzione: la magistratura è giustizialismo o non è. La Costituzione è anticaglia.

L’offensiva è condotta con grande intelligenza da quella che abbiamo chiamato la magistratura “rosso-bruna”, perché unisce i reazionari di Di Matteo e Davigo con un pezzo di “Magistratura democratica” (credo, spero, non tutta), cioè la corrente di sinistra. Tanto rosso-bruna da essere, alla fine, riconducibile alla leadership del giornale rosso-bruno per eccellenza, e cioè il Fatto di Travaglio. È da lì che è partita la campagna. Da lì la si dirige. La cosa impressionante è che a questa offensiva si son piegati tutti. In magistratura i pochi elementi rimasti a combattere sul fronte del diritto sono isolatissimi e indicati come bersagli da colpire.

Pensate alla giudice di Milano che ha deciso la scarcerazione di un signore che una ventina d’anni fa si macchiò di alcuni reati di estorsione, e che oggi, quasi ottantenne, combatte per la vita contro un cancro: avete ascoltato voci in sua difesa? Cioè in difesa di una magistrata molto seria ed esperta, con trent’anni di servizio? Sì, ci sono tre magistrati che ieri hanno presentato una richiesta di apertura di una cosiddetta “pratica a tutela” a suo favore. Però, curiosamente, i tre hanno presentato la richiesta in polemica con Maurizio Gasparri, deputato, senza neppure accennare alla figura del loro collega Nino Di Matteo. È vero che l’uscita di Gasparri, che addirittura ha chiesto la rimozione del giudice, è gravissima e ingiustificata. Ma Nino Di Matteo aveva fatto molto di peggio.

Aveva parlato di “cedimento al ricatto mafioso”. Cioè, in pratica, aveva accusato la sua collega di favoreggiamento, o forse di concorso esterno in associazione mafiosa. Hanno protestato gli avvocati, le Camere penali. Stop: le Camere penali e basta. In politica non si è sentita una voce. Nella magistratura silenzio, silenzio, silenzio. Come è possibile: è solo paura? Paura di che, di chi? Di Travaglio, della sua capacità di trascinarsi dietro gli altri giornali e praticamente tutto l’apparato televisivo italiano? Possibile che Travaglio sia così potente?

Sembra proprio di sì. Lo scenario che abbiamo davanti è duplice, e terrificante. Da un lato la possibilità concreta che invece di avviarci verso la separazione delle carriere – cioè l’avvicinamento del sistema italiano ai sistemi di tutto il mondo democratico – si compia un passo nella direzione inversa: quella di costringere la magistratura giudicante a sottomettersi alle Procure. Cioè all’accusa. Non sarà un passaggio leggero, né semplicemente formale. Ridurrà ai minimi termini il potere della magistratura giudicante e renderà quasi onnipotente il potere delle accuse.

La sorte di un detenuto, in pratica, durante il periodo nel quale sconta la pena, non dipenderà più da un giudice terzo ma dal suo accusatore, che qualche volta, magari, è esattamente il suo persecutore. Sarà lui ad avere in mano il destino del detenuto per tutto il periodo della condanna. Se è ergastolo, per tutta la vita. Il detenuto sarà un oggetto alla sua mercé. E la magistratura sarà sempre di più un potere e sempre di meno un ordine. La sua arma non sarà più il diritto ma la forza politica. Dilagante.

Il secondo scenario che si apre è quello della vittoria definitiva del giustizialismo. La resa senza condizioni dell’Italia liberale. In queste ore abbiamo assistito a cedimenti spaventosi da parte delle forze che si ispirano a idee liberali. A partire da Italia Viva, per non parlare del Pd. E persino settori di Forza Italia.

A me una cosa pare chiarissima. Garantismo non vuol dire difesa dei politici dai magistrati. Vuol dire difesa dei diritti, di tutti. Dei politici e dei miserabili, dei migranti e dei mafiosi, degli innocenti e dei colpevoli. Non ci sono santi: è così. Chi oggi si scaglia contro la magistrata che ha scarcerato Bonura e contro quello che ha scarcerato Zagaria deve però farci un favore. In futuro non dica più: io sono garantista. Non lo dica più: non è vero.