Bonafede non è Martelli e Conte non è Andreotti. Però ci provano, trent’anni dopo, a replicare quella gravissima interferenza del potere esecutivo sull’autonomia della magistratura con un decreto che nei fatti tenda ad annullare le decisioni dei giudici. Tu scarceri e io rimetto le manette. Manette di governo.  Deve esserci qualcuno, al ministero di via Arenula, che legge il Riformista. Nessuno si era infatti accorto, durante la trasmissione tv in cui il pm Nino Di Matteo ha chiesto che il ministro Bonafede fosse indagato per “concorso esterno”, di quel che aveva detto l’ex ministro Claudio Martelli. Fai quel che ho fatto io, aveva suggerito l’ex numero due del Partito socialista, rimettili in galera. Non se ne sono accorti perché sono giovani, e anche perché non studiano e non conoscono la storia di questo Paese. Nessuno di noi era presente ai tempi delle guerre puniche, eppure sappiamo più o meno quel che è successo. Loro no. Tanto, uno vale uno.

Fatto sta che ieri, scegliendo la via parlamentare più veloce e meno esposta, cioè quella del question time, una sorta di botta e risposta di pochissimi minuti tra un deputato e il ministro, il guardasigilli ha annunciato che penserà lui a sbattere di nuovo i detenuti gravemente malati in carcere e a buttar via la chiave. Lo farà con un decreto legge.
In mattinata, ormai cloroformizzato dall’imbarazzo il Fatto quotidiano, aveva provveduto la Repubblica, per niente addomesticata dal nuovo direttore Molinari, a eccitare gli animi e a preparare le forche con le urla su «376 boss scarcerati». Poi, ben nascosta nel corpo dell’articolo, la precisazione che in realtà, tra i reclusi cui era stato concesso il differimento pena per motivi di salute, solo tre erano detenuti con il regime del 41 bis. Che, tanto per chiarire, non vuol dire “carcere duro”, ma carcere impermeabile ai contatti con l’esterno, colloqui con i vetri eccetera. Se dunque la preoccupazione è che, una volta a casa, gli ex carcerati possano entrare in rapporto con le cosche, si sappia allora che 373 hanno già colloqui e incontri regolari con i parenti e con gli altri detenuti all’interno del carcere.

Con un fogliettino scritto da altri e disinformato (ringrazio «gli» interroganti, ha esordito, mentre il quesito era stato presentato dal solo deputato di Forza Italia Pierantonio Zanettin) Bonafede, visibilmente nervoso, ha sciorinato la solita tiritera. Bollino blu dell’antimafia, ma come vi permettete, proprio a me che rinnovo sempre i 41 bis (come tutti gli altri ministri prima di lui) e ho fatto tante leggi? Fa l’indignato, «non c’è stata alcuna interferenza diretta o indiretta», quando ha proposto al dottor Di Matteo, invece della presidenza del Dap, la direzione generale degli affari penali (lei e io sappiamo –gli aveva detto Zanettin- che quel ruolo non è più di prima linea per la lotta alla mafia) per averlo vicino a sé, in via Arenula. Per coccolarsi. Sapore di “c’eravamo tanto amati”. Ogni illazione è quindi campata in aria, conclude.

Non gli crede nessuno tra i pochi deputati ben distanziati nell’aula di Montecitorio, ma la cosa singolare è che i brontolii assumono torni di scherno soprattutto quando il ministro grida la propria eterna intenzione di lottare contro la mafia: la mia azione c’è sempre stata, c’è e ci sarà. Aspetta applausi e raccoglie fischi. Una bella nemesi, per il rappresentante del partito degli “onesti”. Lo fa notare al ministro nella replica il deputato di Forza Italia (che questa volta è arrivata prima degli altri partiti di opposizione) Enrico Costa, con un intervento breve, come vuole la prassi del question time, ma molto efficace. Definisce «inappropriato» il fatto che «un membro del Csm utilizzi una trasmissione televisiva per accusare il Guardasigilli di essersi piegato alla mafia». Poi azzanna direttamente Bonafede. Lei ha legittimato questi personaggi, gli rimprovera, e ha creato la condizioni perché facessero carriera con incarichi delicatissimi. Che cosa aspettarsi possano fare in un’aula contro un cittadino, questi magistrati che covano risentimenti per due anni e poi si scagliano contro un ministro in diretta tv?

Lei, signor ministro, rischia di «impiccarsi all’albero che ha concimato giorno dopo giorno» sperando di vedervi penzolare i suoi nemici. L’intervento del deputato Costa si conclude con la speranza di una piccola (impossibile) rivoluzione culturale nel cervello di Bonafede. E cioè che la lezione gli serva a qualcosa, magari a non considerare più l’innocente un colpevole che l’ha fatta franca (copyright Davigo). Vana speranza. Infatti il mostro è già in cantiere. Il decreto legge che costringerà i giudici a riaprire le porte del carcere per farvi rientrare chi ne era uscito, visto che l’emergenza del coronavirus è cambiata. Ah sì? Non ce ne eravamo accorti. Nelle carceri non si rischia più che la promiscuità e l’affollamento favoriscano il contagio? Non l’aveva notato nessuno.

Quel che invece è da notare è che, oggi come trent’anni fa, se Bonafede fa quel che fece Martelli, cioè far tornare in carcere persone liberate da giudici nell’osservanza rigorosa della norma, sarà lui a mettersi fuori dalla legge. Anzi. Addirittura dalla Costituzione, che difende l’autonomia della magistratura. La storia si ripete. Nel 1991 il governo entrò a gamba tesa per cancellare una decisione della prima sezione della cassazione presieduta dal giudice Carnevale, oggi si appresta a farlo per interferire su sentenze e provvedimenti assunti da diversi tribunali e giudici di sorveglianza sparsi un po’ in tutta Italia. Ma la magistratura militante, quella che rivendica la propria autonomia (mai la propria imparzialità) dall’alba al tramonto, non ha nulla da dire sul fatto che il potere esecutivo umili le toghe in questo modo violento?