Ero Presidente della Camera Penale di Roma, nel 2008-2009, quando ottenemmo che la capitale fosse scelta come sede pilota per la informatizzazione del processo penale. I ministri Alfano e Brunetta vennero nell’aula Occorsio in pompa magna ad annunciarlo. Il gruppo di lavoro tra governo, magistrati e avvocati si riunì per un anno, sfornando idee e proposte sistematicamente abortite. Il nostro sogno di un accesso da remoto agli uffici per il deposito di atti e la consultazione dei fascicoli si infranse contro le resistenze della Procura e dei sindacati del reparto Giustizia. Troppi i rischi di accesso a dati riservati e sensibili, a giudizio della Procura; troppo complessa ed impegnativa la prospettiva di formazione del personale di cancelleria, per i sindacati. La nostra ambizione di trasportare anche nel penale il modello del processo civile telematico (scambio di atti da remoto, inoltro indirizzato automaticamente nel fascicolo di pertinenza) dovette arrendersi.

Ora d’improvviso, con il pretesto vagamente ricattatorio della pandemia, mentre ancora si continua a non consentire agli avvocati il deposito anche solo di una istanza a mezzo pec, il ministro di Giustizia (more solito, come per la prescrizione) con un emendamento proditorio del Governo, addirittura in sede di conversione di un decreto legge, inventa il processo da remoto. E subito, arriva il plauso incondizionato della magistratura associata. Non lo scambio di atti, non l’accesso ai fascicoli o alle cancellerie, secondo il nostro sogno abortito dodici anni fa: ma, come se fosse la cosa più ovvia e scontata del mondo, l’udienza da remoto. La smaterializzazione dell’aula. L’avvocato chiuso in un quadratino del computer, silenziato dal gestore dell’invito sulla piattaforma, annullato nella sua fisicità. Perfino la camera di consiglio da remoto vogliono fare ora, come se niente fosse. Svanita, dal giorno alla notte, ogni remora sulla accessibilità a dati sensibili e perfino normativamente segreti.

Non c’è una sola persona in buona fede che non comprenda come la parte “fisica” del processo penale, cioè quella che si svolge nell’aula, non sia surrogabile con una celebrazione da remoto se non devastandone letteralmente il senso e la funzione. Perché allora non per telefono, o messaggiando domande e risposte su WhatsApp, pur sempre in nome dell’emergenza? Se dovessimo spiegare in estrema sintesi in cosa consista esattamente l’esercizio del diritto di difesa in un processo penale, non avremmo dubbi nel dire: il controllo fisico, percettivo, emotivo della formazione della prova, della attenzione del Giudice, della reazione delle altre parti nell’aula; la “comunicazione non verbale” con il teste, con il Giudice, con il nostro stesso assistito, fatta di sguardi, di tesaurizzazione di una incertezza, di un silenzio imprevisto, di un cambio del tono della voce.

Percezione che alimenta le intuizioni, le scelte, le accelerazioni o le rinunzie del percorso difensivo. Solo una ignoranza profonda e desolante del fenomeno, o altrimenti una idea burocratica, normalizzatrice e dunque autoritaria del processo può concepire e difendere una simile, rozza assurdità. Ed infatti, la corrente davighiana chiede subito a gran voce che questa insperata eccezione diventi regola. È giusto, loro hanno questa idea del processo: la Giustizia e la Verità rappresentata dall’Accusa, la difesa come un intralcio che ha troppe armi nella faretra, troppe chance di intralciare il percorso luminoso della Giustizia. Un quadratino sul computer è il posto giusto. Salvo qualche virtuosa eccezione, altre correnti si accodano purtroppo, solo con minore imprudenza politica.

Ovviamente, tutto ciò esige che vengano silenziate le ragionevoli e facilmente praticabili proposte di noi penalisti, formalmente avanzate al Ministro e ad Anm, per riprendere da subito le celebrazioni dei processi in sicurezza. Perché, ferme restando tutte le considerazioni sopra accennate, noi troviamo inconcepibile questa pretesa arrogante di tutela privilegiata che viene oggi dalla giurisdizione.

Perché mai la “fase due”, cioè la ripresa del percorso verso una normalità possibile, dovrebbe valere per aziende, uffici pubblici, negozi, perfino turismo, e non per le aule giudiziarie? E quanto tempo ancora deve continuare questo paralizzante “smart working” del personale di cancelleria, che da casa, come sanno anche i muri, non può accedere né ai dati né alla pec dell’ufficio?

Torniamo a lavorare, con mascherine guanti ed amuchina, con le distanze d’obbligo, con la gradualità indispensabile, ma torniamo a lavorare, senza invocazioni di privilegi inconcepibili e ciniche scommesse ideologiche sulla morte del giusto processo.