Due casi a Napoli e uno a Scafati. Ci sono associazioni e professionisti che offrono assistenza legale, talvolta anche gratuita, per intentare cause in materia di malasanità legata all’emergenza da Covid-19. “È sciacallaggio”, insorge l’avvocatura napoletana. La maggior parte degli avvocati concorda nel contestare l’atteggiamento di chi, fra i colleghi, prova a risollevarsi dalla crisi di questo periodo cercando nuovi clienti tra i pazienti positivi al Coronavirus o, comunque, tra i cittadini che direttamente o indirettamente hanno avuto esperienze sanitarie legate a tamponi, ricoveri e lutti. La questione è molto discussa sui social da un po’ di giorni a questa parte e ha aperto un dibattito sui limiti e i confini dell’etica e del diritto.

“È come dire non difendo chi è accusato di omicidio o di spaccio di droga, eticamente se ne può discutere ma giuridicamente è una aberrazione perché siamo avvocati”, fa notare qualcuno criticando il fatto che siano pubblicizzate prestazioni gratuite e non anche la scelta in sé di incentivare contenziosi in tema di sanità al tempo del Coronavirus. Ma è una voce fuori dal coro di no che prevale tra gli avvocati napoletani e che si è sollevato fino a portare il Consiglio dell’Ordine di Napoli, presieduto da Antonio Tafuri, a diramare un comunicato per sottolineare che l’avvocatura è con i medici, con gli infermieri e con tutti gli operatori sanitari che sono in prima linea nella lotta al Coronavirus.

“A loro va vivo apprezzamento e sentita riconoscenza”, si legge nel documento degli avvocati napoletani con cui la categoria “si dissocia da inopportune iniziative pubblicitarie di offerte di prestazioni legali per contenziosi da instaurare con riferimento a contagi da Coronavirus, valutando da subito i comportamenti deontologicamente rilevanti ed eventualmente segnalarli al competente consiglio di disciplina”. “Lo studio legale comunica alla spettabile clientela che non accetterà incarichi professionali oggettivanti responsabilità medica”, intanto, è l’avviso degli avvocati Raffaele e Vincenzo Maria Sassano, tra i primi a prendere questa posizione pur avendo una lunga esperienza in giudizi in materia di malasanità. “Ci sembra la decisione più giusta in questo momento”, spiegano. E i più condividono.