Appuntamento martedì 27 gennaio a Roma
Caregiver in piazza contro il ddl Locatelli, contribuiti miseri e paletti stringenti: “La cura dei nostri cari è lavoro”
Caregiver in piazza a Roma il 27 gennaio prossimo (martedì) per chiedere chiarimenti al governo e nello specifico alla ministra per la Disabilità Alessandra Locatelli sul disegno di legge approvato lo scorso 12 gennaio in Consiglio dei Ministri (e che ora è atteso dall’iter parlamentare) che introduce, anche se al momento in modo poco cristallino, disposizioni per il riconoscimento giuridico e la tutela economica dei caregiver familiare, ovvero quelle persone che ogni giorno si prendono cura di familiari e congiunti anziani, malati o disabili, aiutandoli nelle incombenze quotidiane. Lo fanno con devozione e amore, ma il loro contributo si perde nelle larghe maglie della legislazione italiana. Spesso, infatti, i caregiver rappresentano una rete invisibile e silenziosa di assistenza e il nuovo
Il Cfu – Caregiver Familiari Uniti, un coordinamento nazionale che raccoglie oltre 10mila Caregiver familiari provenienti da tutta Italia – si ritroverà in piazza Santi Apostoli alle ore 10, nella capitale italiana, e successivamente terrà una conferenza stampa alla Camera dei Deputati per denunciare “le principali criticità del DdlL sui Caregiver familiari; i risultati di un sondaggio nazionale che mette in relazione lavoro di cura, povertà e genere; le richieste ufficiali dei Caregiver familiari italiani, raccolte in un documento unitario”.
Alle ore 11.30 si svolgerà la conferenza stampa a Palazzo Montecitorio, trasmessa in diretta sulla Web TV della Camera dei Deputati per consentire anche ai molti caregiver che non potranno essere presenti fisicamente, perché impossibilitati a lasciare soli i propri familiari, di seguire l’iniziativa.
“Siamo genitori, figli, compagni, spesso donne, che ogni giorno – spiega la portavoce Alessandra Corradi – si prendono cura di un familiare con disabilità grave o gravissima, 24 ore su 24, senza tutele adeguate, senza riconoscimento giuridico ed economico, e spesso senza possibilità di lavorare. Da ottobre 2025 il Cfu si è mobilitato per portare all’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica la reale condizione dei Caregiver familiari, anche alla luce del Disegno di Legge attualmente in discussione, che riteniamo non rispondente ai bisogni concreti di chi vive la cura ogni giorno”.
Cosa (non) prevede il disegno di legge sui Caregiver
Secondo chi vive quotidianamente questa condizione, il decreto legislativo introduce una definizione formale della figura del caregiver, ma non traduce questo riconoscimento in tutele reali. Il provvedimento non prevede nello specifico un sostegno economico strutturato, non garantisce una copertura previdenziale adeguata e delega in larga parte a Regioni e Comuni la responsabilità di misure di supporto, generando potenziali disomogeneità territoriali. Le criticità sollevate riguardano soprattutto la mancanza di un sostegno economico stabile per chi, a causa della cura, è costretto a ridurre o interrompere l’attività lavorativa, e la scarsa protezione previdenziale, che lascia molte persone senza certezze per il futuro.
Stando ai recenti dati Istat, in Italia sono oltre 7 milioni i caregiver familiari, di cui più di 2 milioni impegnati in assistenza continuativa. Dietro questi numeri si trovano soprattutto donne e madri che, con risorse spesso individuali, affrontano ogni giorno l’impegno di cura senza adeguati supporti sociali e istituzionali.
Il testo approvato introduce uno stanziamento di 257 milioni di euro annui a partire però dal 2027. Sarranno erogati un massimo di 1.200 euro trimestrali, ovvero 400 euro al mese, una miseria per chi segue h24 i propri cari rinunciando al lavoro. Cifra questa prevista solo per coloro che assistono una persona con disabilità grave per almeno 91 ore settimanali (13 ore al giorno) ma solo se si ha un limite del reddito annuo da lavoro di 3mila euro e un Isee familiare fino a 15mila euro. Requisiti quest’ultimi che escludono di fatto una percentuale altissima di caregiver.
Secondo CoorDown, il Coordinamento Nazionale Associazioni delle persone con sindrome di Down, “sebbene l’attenzione politica su un tema così delicato sia un segnale positivo (anche se non nuovo), – sottolinea – l’assenza di un testo ufficiale depositato analizzabile nel dettaglio impone prudenza. Al momento, le valutazioni si basano esclusivamente su dichiarazioni a mezzo stampa, slide e comunicazioni social che, se da un lato hanno riacceso le speranze di migliaia di famiglie, dall’altro rischiano di generare aspettative che potrebbero scontrarsi con la complessità e i tempi dell’iter parlamentare oltre che con i reali contenuti del testo”. Per questo motivo – fa sapere CoorDown – “è fondamentale che le istituzioni chiariscano che le risposte non saranno immediate, per rispetto di chi attende da decenni, evitando toni eccessivamente ottimisti” ed esprime “forte preoccupazione i criteri per l’accesso al sostegno economico (Isee sotto i 15.000 euro, reddito personale minimo, convivenza e un impegno di assistenza di 91 ore settimanali). Se confermati, tali parametri renderebbero le misure accessibili a una platea estremamente ristretta, limitando di fatto l’impatto del provvedimento”. “Le famiglie italiane aspettano questa legge da troppo tempo per potersi accontentare di misure parziali o difficilmente accessibili – afferma a Martina Fuga, la presidente di CoorDown -Riteniamo positivo il riconoscimento formale della figura del caregiver familiare: è un passaggio che va nella giusta direzione. Tuttavia, perché questo passo abbia un impatto reale nella vita delle persone, deve essere accompagnato da strumenti concreti, servizi diffusi e tutele previdenziali certe”.
In piazza anche l’associazione ONLUS napoletana “C’era una volta un Principe di nome Samuele” guidata da Manuela Udito: “Chi sono i caregiver? Non sono solo la madre di mio figlio Samuele, ma anche il suo salvavita. Senza di me mio figlio non potrebbe vivere questa realtà, non ha l’uso delle braccia per potersi nutrire o delle gambe per mettersi al riparo, non può lavarsi né andare in bagno da solo, ed ecco che, ancora dopo 16 anni di cure verso un figlio disabile eterno neonato, è arrivato il momento di alzare la testa e pretendere diritti sacrosanti da uno Stato che si è dimenticato degli ultimi”.
Un’altra madre sottolinea inoltre un aspetto ancora più raccapricciante. In un messaggio dal titolo “I nostri figli devono restare nostri, non dello Stato”, la donna scrive:
A chi legge,
C’è una notte che ogni genitore di un ragazzo con disabilità teme profondamente. Non è la notte della diagnosi, e nemmeno quella delle crisi più buie. È la notte che precede il suo diciottesimo compleanno.
Mentre il resto del mondo festeggia il passaggio all’età adulta come l’alba della libertà, per noi quella data segna l’inizio di un sequestro burocratico. Allo scoccare della mezzanotte, lo Stato entra in casa nostra e ci dice che quel figlio che abbiamo cresciuto, protetto, rialzato mille volte e amato oltre ogni limite, non è più “nostro”. E, cosa ancora più crudele, dice a lui che non appartiene più a se stesso.
Diventare maggiorenni in Italia, per i nostri figli, significa subire una “dimissione” dalla vita civile. In un istante, un ragazzo che ha lottato anni per conquistare ogni briciola di autonomia, si ritrova con un timbro invisibile ma pesantissimo sulla fronte: “Incapace”.
Da quel giorno, la sua firma non vale più nulla. La sua volontà viene cancellata. Se vuole disporre dei propri risparmi, se vuole decidere del proprio percorso di cura, se vuole semplicemente esistere come individuo, deve passare per la scrivania di un tribunale. E noi genitori, che siamo stati la sua forza e i suoi occhi per diciotto anni, diventiamo improvvisamente degli estranei sotto esame: dobbiamo giustificare ogni scontrino, rendicontare ogni centesimo, chiedere il permesso per ogni scelta. Come se l’amore e la dedizione di una vita fossero diventati un contratto scaduto da revisionare davanti a un giudice.
Questa non è protezione. È un’espropriazione di dignità.
Lo Stato non può e non deve sostituirsi alla famiglia. Non può pretendere di proteggere i nostri figli togliendo loro l’aria e la libertà, sostituendo l’affetto con la freddezza di una procedura legale che li trasforma in “pratiche” da sbrigare.
Chiediamo che questa ingiustizia finisca. Chiediamo che i 18 anni smettano di essere una condanna burocratica. Vogliamo leggi che rispettino l’autonomia reale e che riconoscano il ruolo dei genitori senza umiliarli.
I nostri figli hanno bisogno di sostegno, non di padroni. Hanno bisogno di noi, non di un tribunale che decide se possono o meno vivere la propria vita.
I nostri figli devono restare nostri, non dello Stato.
Con la fermezza di chi difende il diritto più grande,
Un genitore
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