In Umbria il “bastione rosso” era già crollato da tempo: con la caduta per ragioni giudiziarie della presidente Marini, con una serie di giunte di centrodestra (Perugia, Terni, Orvieto, Todi), con i risultati delle europee (la Lega già al 38% e il Pd al 24% dopo che nel 2014 era al 50%). Invece la novità di queste elezioni regionali sta nel fatto che la coalizione fra il Pd, il M5s e LeU non ha funzionato per niente perché è sotto di 20 punti rispetto al centrodestra. Il punto fondamentale da questo punto di vista è che mentre il Pd ha relativamente “tenuto” rispetto alle europee (circa il 22%) il Movimento 5 stelle è andato incontro a un’autentica disfatta (passando dal 27 delle politiche al 14 delle europee al 7,8 di queste regionali). C’è stata anche un’ulteriore modifica nei rapporti di forza all’interno del cosiddetto centrodestra (espressione che Salvini non usa più) dove Fratelli d’Italia (10,4) ha quasi doppiato Forza Italia che, collocata in questo contesto di destra sovranista, ha del tutto perso la sua forza propulsiva ed è aggrappata solo a ciò che ancora le porta il carisma residuale di Silvio Berlusconi.

È emerso in modo clamoroso un altro aspetto della situazione. Se già storicamente per il M5s le coalizioni sono qualcosa di contro natura, è un assoluto controsenso realizzarle nelle tradizionali zone rosse dove il Movimento 5 stelle è nato e si è sviluppato con una polemica feroce contro l’establishment e il sistema di potere politico ed economico storicamente rappresentato dal Pci-Pds-Ds-Pd. In Umbria il Movimento 5 stelle era andato a nozze sulle vicende giudiziarie della presidente della Regione. Non a caso, prima ancora che si conoscessero i risultati umbri, il saggio presidente della Regione Emilia-Romagna Bonaccini si è preoccupato di assicurarsi nelle forme possibili l’appoggio di Renzi e di Italia Viva omettendo qualunque riferimento ai grillini. Di conseguenza è stato del tutto singolare che personalità solitamente caute e riflessive come Franceschini e lo stesso Zingaretti abbiano addirittura prospettato “intese strategiche”, che è cosa ben diversa da un accordo di governo fra forze politiche che rimangono profondamente diverse.

Ancora una volta è emersa l’illusione di considerare il Movimento 5 stelle una costola della sinistra e, visto che è stato evocato Rousseau, i grillini come dei “buoni selvaggi” da addomesticare e da acculturare.

Ciò detto, anche questo risultato elettorale in una regione originariamente rossa, per di più avvenuto in presenza di un grande aumento della partecipazione al voto, impone al Pd una riflessione sia sul suo modo di essere complessivo, sia sul comportamento politico attuale (francamente ci auguriamo che Zingaretti vada oltre la tentazione di attribuire a Renzi la responsabilità di tutto quello che sta avvenendo al Pd), sia su quello che riguarda la politica di questo governo.

Rimanendo in questa occasione sullo “specifico umbro”, riteniamo che sia legittimo fare alcune riflessioni. In primo luogo c’è un problema di statura della leadership e di qualità della classe dirigente. A suo tempo l’Umbria ha avuto come capolista prima Pietro Ingrao poi Walter Veltroni, entrambi portatori di progetti politico-culturali certamente molto discutibili, ma dotati di fascino e di suggestione. Dopo di essi è sopravvenuto lo zero assoluto, per di più con l’affermazione a tutti i livelli di una classe dirigente mediocre e arrogante (sia quella post comunista sia quella post democristiana) che dopo cinquant’anni di ininterrotta gestione del potere si è ritenuta così padrona della macchina amministrativa da poter gestire i concorsi e molto altro ancora a suo piacimento. Di conseguenza la gente si è voluta liberare di questo regime e purtroppo è stato Salvini a cavalcare questa tigre.
In questo quadro un aspetto molto significativo riguarda il cambiamento di orientamento politico-elettorale degli operai dell’acciaieria di Terni che anch’essi, come molti operai del Nord, conservano in tasca la tessera della Cgil, ma stanno votando Lega. Ci limitiamo in questa occasione a rilevare che evidentemente nelle sue mutazioni ideologico-politiche e sociali il Pci-Pd è passato da un estremo all’altro: dall’operaismo originario, che spinse anche Berlinguer a dare il suo appoggio a una eventuale occupazione della Fiat, al salto di corsia rispetto a un possibile sbocco riformista social-democratico per cui il Pd è diventato una sorta di “partito radicale di massa” dei “ceti riflessivi” che ha concentrato la sua attenzione su questioni come il testamento biologico, le unioni civili, l’accoglienza dei migranti, lasciando al sindacato, con una sorta di cinghia di trasmissione rovesciata, l’incombenza di occuparsi della classe operaia, delle sue condizioni di vita, dei salari.
Ora sarebbe una follia se, passando ancora una volta da un estremo all’altro, da tutto il Pd e il Movimento 5 stelle traessero le conseguenze di sciogliere le righe, di arrendersi a Salvini, di far cadere il governo, con conseguenze disastrose anche sul piano della reazione dei mercati. Il problema casomai è quello di dare all’attuale governo una linea autenticamente riformista.

La prima questione riguarda la politica economica, una posizione orientata per la crescita dovrebbe fare alcune scelte di fondo: una rimodulazione dell’Iva prodotto per prodotto invece di impiccarsi nella ricerca ogni anno di 23 miliardi, l’annullamento della quota 100, una concentrazione di risorse solo su tre voci, la riduzione del cuneo fiscale per le imprese, quella per i salari, investimenti pubblici in infrastrutture. La frantumazione in tanti bonus sociali non crea crescita, ma neanche consenso.

In secondo luogo la cosiddetta lotta all’evasione si sta traducendo in un esercizio di efferato giustizialismo che sta provocando reazioni di rigetto nei ceti produttivi: il riferimento ai 100mila euro di evasione e la incredibile condanna fino a 8 anni accompagnata dalla facoltà di intercettare contengono in sé gli elementi di uno stato di polizia. Non parliamo poi della questione della prescrizione.

Infine, l’ultimo regalo che si può fare a Salvini è quello di abbandonare anche i presupposti della linea seguita da Minniti sull’immigrazione, dalla missione Sophia all’intesa sulla Libia.