Il Consiglio europeo di ieri non è andato bene. D’accordo, l’Ucraina ha ottenuto l’approvazione del prestito da 90 miliardi a sostegno del conflitto e l’ok al 20esimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Ma è una fiducia che Kyiv ha ottenuto non all’unanimità. Slovacchia e Ungheria, ancora una volta, si sono sfilate, confermando la loro implicita fede per Mosca. D’altra parte, gli avvertimenti che non sarebbe stato un vertice facile c’erano stati già dalla mattina. Bruxelles aveva un’agenda focalizzata sulla competitività e sulla sostenibilità post Green Deal, ma è saltato tutto.

Prima di entrare in Consiglio, il premier ungherese, Viktor Orbán, aveva detto che il suo ok all’Ucraina aveva un prezzo. «Siamo pronti a sostenerla se avremo indietro il nostro petrolio». Ricatto politico interpretabile anche come una sincera richiesta di intervento economico. Con la crisi energetica in corso e a ridosso delle elezioni, il 12 aprile, al leader magiaro quel petrolio serve davvero. Sembra poi che la minaccia espressa alla stampa Orbán l’abbia ribadita a porte chiuse, monopolizzando il Consiglio per un’ora e mezza.

Facile pensare come questo abbia alimentato le tensioni, già calde a causa delle notizie dei mercati che arrivavano da fuori, e le divisioni di bandiera sulle scelte da prendere. Con il petrolio a 119 dollari al barile, il gas a 64 euro/megawattora e le Borse tutte in rosso (Milano ha chiuso perdendo il 2,1%, la peggiore è stata Francoforte, -2,35%), la leadership europea si è dimostrata senza una soluzione condivisa su come affrontare l’emergenza in corso.

Facendo ordine, sul capitolo guerra in Iran, si possono evidenziare due posizioni. I nostalgici del vecchio ordine internazionale, in altre parole anti-trumpisti, e i pontieri con l’Oltreatlantico. Capo cordata del primo gruppo è certamente il presidente del Consiglio europeo, António Costa, che, a fianco del segretario generale Onu, António Guterres, ha proprio puntato il dito sul caos, come «alternativa all’ordine internazionale basato sulle regole», ha detto. «L’alternativa sono le guerre in Ucraina e Medio Oriente e il disastro umanitario a Gaza». Per poi elogiare «la determinazione del Palazzo di vetro in un momento così difficile». Ben più espliciti nell’attribuire agli Usa le responsabilità di questo caos sono stati il presidente francese, Emmanuel Macron, e il premier spagnolo, Pedro Sánchez. Il primo ha definito «sconsiderata» l’escalation energetica, che «per la prima volta ha coinvolto direttamente le infrastrutture di produzione del gas in Iran e nei Paesi del Golfo». Per il secondo, la guerra contro l’Iran è «illegale».  Più conciliante con Washington è apparso il cancelliere tedesco, Friedrich Merz. «Sono grato al presidente Trump che ha dato un segnale di disponibilità verso la de-escalation». Questo dovrebbe portare a un aiuto dell’Ue, nel processo negoziale con l’Iran, «a patto però che cessino le ostilità». Merz non vuole passare anche lui come quello che fa il muso duro all’alleato americano, tuttavia le sue posizioni sono sottili come un rasoio. Come può auspicare infatti in un intervento di Bruxelles a fianco degli Usa, quando è proprio Bruxelles la prima ad addossare agli Usa le colpe del conflitto?

Ancora più complesse sono risultate le divisioni per il caro-energia. La fronda anti-Ets guidata dall’Italia ha dovuto rivedere le proprie aspettative. La richiesta non è più la sospensione ma la revisione a maggio. La contrarietà a questa misura ha fatto riavvicinare Francia e Germania. La prima perché, grazie al nucleare, è meno colpita dall’emergenza energia. La seconda in quanto la sua industria è più spaventata dal gas alle stelle che dai prezzi dell’elettricità, che pesano solo il 6-10%. Il dossier è rimasto aperto ieri sera. Ursula von der Leyen presenterà un pacchetto di misure mirate per contenere i costi dell’energia. Non è chiaro se verranno esaminate nel secondo round del Consiglio oggi. D’altronde, il clima non aiuta a prendere alcuna decisione.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).