“Sentenza storica”. Così Alberto Stefani ha definito nei giorni scorsi il patteggiamento con cui Meta ha chiuso il processo di Oakland, annunciando che dal Veneto si rilancia la legge per limitare l’uso dei social da parte dei più giovani. In termini di calendario l’annuncio vale una data: entro dicembre il Consiglio regionale voterà la prima proposta italiana di legge sull’età minima per l’accesso alle piattaforme, e la spedirà al Parlamento. Il presidente ha confermato anche il congegno di vigilanza: il monitoraggio andrà al Corecom, il comitato regionale per le comunicazioni.

Sul tavolo della Prima commissione di Palazzo Ferro Fini ci sono due testi, abbinati in un’unica istruttoria dallo scorso maggio. Il progetto di legge statale numero 6, depositato il 17 marzo dal consigliere Alessio Morosin, Liga Veneta Repubblica, si intitola “Tutela dei minori di sedici anni in materia di utilizzazione delle piattaforme sociali telematiche e dei servizi di messaggistica istantanea”. Il numero 8 porta la data dell’8 aprile e la firma dello stesso Stefani, con quelle di Riccardo Barbisan, Cristiano Corazzari, Stefano Marcon e Matteo Pressi: fissa la soglia a quattordici anni, obbliga i gestori a identificare chi apre un profilo, vieta gli pseudonimi, richiede il consenso dei genitori fino ai sedici e modifica l’articolo 7 della legge 92 del 2019 per finanziare iniziative formative rivolte alle famiglie. Una volta approvati in aula i due testi non restano in Veneto: l’articolo 121 della Costituzione consente ai consigli regionali di presentare proposte di legge alle Camere. Vuol dire che entro l’inverno il Parlamento italiano si troverà per la prima volta con un testo scritto su una materia di cui discute da anni senza mai calendarizzare nulla. Non risulta che altri consigli regionali abbiano depositato proposte analoghe. Il Veneto arriva primo e chiede di non attendere oltre.

L’appiglio a cui il presidente si è agganciato è di tre settimane fa. Il 26 agosto, a Oakland, la giudice Yvonne Gonzalez Rogers ha ratificato l’accordo con cui Meta ha chiuso il processo intentato nel 2023 da ventinove Stati americani: sedici miliardi e settecento milioni di dollari, senza ammissione di responsabilità. Più della cifra contano gli obblighi che l’azienda si è impegnata a introdurre sugli account dei minori di diciotto anni. Un limite giornaliero di utilizzo che solo un genitore può rimuovere. Il blocco delle notifiche nelle ore notturne e nei giorni di scuola. Sistemi rafforzati di verifica dell’età. Un revisore indipendente incaricato di controllare che accada davvero. Sono obblighi che cadono sulle piattaforme e non sulle famiglie, la stessa direzione verso cui guarda il testo veneto quando chiede ai gestori di accertare l’età di chi si iscrive e li sanziona se non lo fanno. Stefani lo ha detto rivendicando la proposta: questa volta la questione si affronta alla fonte, nelle società che governano le piattaforme. Quello che una procura americana ha ottenuto in tribunale, Palazzo Ferro Fini prova a scriverlo in una norma.

Resta da capire se e quando quelle misure raggiungeranno gli utenti italiani. Le finestre orarie del provvedimento americano seguono il calendario scolastico degli Stati Uniti, dal 15 agosto al 15 giugno. Gli studenti veneti sono rientrati in classe il 10 settembre, cinquecentoventottomila nelle sole scuole statali secondo l’Ufficio scolastico regionale, e per loro oggi non esiste altra regola che quella che le piattaforme si danno da sole. È il vuoto in cui la proposta veneta si inserisce. Il passaggio d’aula, in un’assemblea dove la maggioranza dispone di trentatré seggi su cinquantuno, non incontrerà ostacoli. Il Veneto il suo testo lo manderà. Quello che accadrà dopo dipende da un Parlamento che su questa materia, in due legislature, non ha ancora fissato una data.