L'intervista
Dalla Cirenaica al Piano Mattei, Edmondo Cirielli: “Italia protagonista. Facilitiamo il dialogo tra alleati storici nella doppia cornice Usa-Ue”
Quali sono gli obiettivi concreti della recente visita a Bengasi in materia di cooperazione sanitaria? Ne parliamo con Edmondo Cirielli, viceministro agli Affari esteri.
Come intende tradurre in progetti operativi gli accordi siglati il 12 settembre scorso tra Gksd Holding e il Fondo per lo sviluppo e la ricostruzione della Libia?
«A Bengasi ho presenziato alla firma di accordi finalizzati alla riqualificazione infrastrutturale di due strutture sanitarie e di un impianto per la valorizzazione energetica dei rifiuti urbani. Il governo italiano fornirà tutto il necessario accompagnamento a livello politico e diplomatico a queste iniziative, sempre nel più ampio quadro del nostro impegno in Libia. Gksd e il Gruppo San Donato sono eccellenze di livello assoluto nel settore, e forniranno competenze cliniche, infrastrutturali, modelli gestionali e programmi di formazione, con l’obiettivo di accompagnare le istituzioni locali in un processo di crescita solido e duraturo».
In che modo l’Italia prevede di contribuire alla riqualificazione del sistema ospedaliero della Cirenaica, e quali strumenti di monitoraggio o fasi successive sono previsti per garantire l’efficacia degli interventi sanitari? Qual è anche lo stato nei settori delle infrastrutture ed energia pulita?
«In Cirenaica siamo molto attivi attraverso la nostra cooperazione allo sviluppo, anche perché la Libia è uno dei Paesi focus del Piano Mattei, e il settore sanitario è uno dei pilastri del Piano a livello settoriale. In particolare, il nostro obiettivo è quello di sostenere l’accesso ai servizi sanitari primari e di base, specialmente per le fasce più vulnerabili della popolazione e nelle zone colpite dall’Uragano Daniel nel 2023. I progetti che attualmente finanziamo con contributi per 6 milioni di euro complessivamente sono in fase di realizzazione, in partenariato con la società civile e con strutture sanitarie italiane di eccellenza come l’Azienda Ospedaliera Universitaria Meyer di Firenze. Ricordo che il nostro impegno in Cirenaica spazia anche nel settore della sicurezza agroalimentare, con importanti progetti che vedono coinvolti Bonifiche Ferraresi e tramite il CIHEAM di Bari».
La Commissione Intergovernativa per la cooperazione economica Italia-Azerbaigian è giunta alla sesta edizione dopo l’ultima riunione del 2020. Quali priorità concrete sono emerse durante gli incontri con il ministro degli Esteri Jeyhun Bayramov e il viceministro Fariz Rzayev?
«Baku è per noi un partner di prim’ordine: i nostri rapporti politici sono eccellenti, così come le nostre relazioni economico-commerciali. Ricordo che l’Azerbaigian è anche il nostro primo fornitore di petrolio e secondo di gas naturale. La priorità è ora quella di elevare il livello del partenariato, rendendolo sempre più multidimensionale. Inoltre, mi sono confrontato con il ministro Bayramov e il viceministro Rzayev sui principali dossier internazionali e regionali, a partire dal processo di pace in via di perfezionamento con l’Armenia, nel quale il ruolo costruttivo dell’Italia è ampiamente riconosciuto, ai fondamentali rapporti con l’Unione europea, alla situazione in Iran».
Un piano d’azione congiunto di 65 misure in 18 settori. Quali risultati concreti vi aspettate nel biennio 2026-2027 e quali settori ritiene prioritari per rafforzare subito la partnership?
«Mi ricollego alla risposta precedente. L’obiettivo, condiviso dai due governi, è quello di rendere il partenariato tra Roma e Baku autenticamente multidimensionale. Pur riconoscendo la centralità del dossier energia (e non solo a livello di idrocarburi, ma anche, prossimamente, di energie rinnovabili), puntiamo a raggiungere la stessa intensità in ambito infrastrutturale, sanitario-farmaceutico, culturale, così come negli scambi commerciali e nelle opportunità per le imprese nei rispettivi mercati. Il tutto incrementando significativamente il volume di investimenti reciproci. Arrivare a un piano tanto ambizioso ha richiesto anni di impegno e un grande lavoro di squadra a livello di governo e di Sistema Italia, quest’ultimo largamente rappresentato nella delegazione che ho guidato a Baku in occasione della Commissione».
Ucraina, Medio Oriente, Africa e alcune aree dell’Asia restano zone critiche: alcune sono ancora in conflitto, altre cercano stabilità, mentre in altre cresce il rischio di escalation. Qual è la strategia dell’Italia per favorire la pace e la stabilità in queste regioni, anche attraverso attività di cooperazione preventiva?
«Il nostro approccio resta sempre quello che ci ha caratterizzati storicamente, e a cui questo governo ha conferito maggiore stabilità e continuità negli ultimi tre anni e mezzo. L’Italia è uno dei pochissimi attori sulla scena mondiale che riesce a dialogare con tutti, e con cui tutti hanno interesse a tenere eccellenti rapporti. Riusciamo a facilitare il dialogo tra alleati storici nella doppia cornice atlantica ed europea, alla quale restiamo saldamente ancorati, così come a favorire dinamiche costruttive per la pace e la stabilità in contesti delicati come quello del Caucaso, ma anche nel Sahel o nel Corno d’Africa. Ricordo anche che siamo riusciti a mantenere aperti canali di dialogo con le stesse autorità venezuelane sia prima che dopo la rimozione di Maduro».
Quale ruolo intende giocare il nostro Paese nel coordinamento con l’Unione europea e gli Stati Uniti nel quadro delle relazioni transatlantiche? Alla luce delle crisi internazionali in corso, questi rapporti hanno avuto in questi anni alti e bassi. In che modo l’Italia può contribuire a rafforzarli o migliorarli?
«Come già evidenziavo sopra, le relazioni transatlantiche sono uno dei pilastri della nostra politica estera, e sono rimaste solide dal termine della Seconda guerra mondiale, resistendo a tutte le crisi dei decenni successivi, al sistema bipolare della Guerra Fredda e al suo successivo disfacimento. Viviamo una delicata fase di transizione e, sotto molti aspetti, di rottura. Il nostro obiettivo è superare al meglio questa fase agendo da collante, da facilitatore nei rapporti tra alleati, attraverso un dialogo franco e aperto con Washington e un maggiore coordinamento con i partner europei. Ricordiamo che gli Stati Uniti sono un partner indispensabile per l’Europa, ma che anche l’Europa lo è per gli Stati Uniti. Se gestite correttamente, le tensioni attuali possono aiutarci a individuare problemi irrisolti e vulnerabilità strategiche, rafforzandoci di conseguenza».
Più in generale, quali sono le priorità principali della politica estera italiana per il 2026, e quali progetti considera più urgenti?
«Sicuramente, tra le nostre priorità vi è continuare a giocare quel ruolo di facilitazione in un’ottica di pace e di stabilità, ruolo al quale facevo riferimento nelle risposte precedenti. A livello politico poi, tanto quanto economico, uno degli obiettivi è quello di compiere un ennesimo salto di qualità nei rapporti con i Paesi africani nel quadro del Piano Mattei, oltre che con partner chiave extra-Ue in Europa, nel Caucaso, in Asia Centrale, e di essere sempre più attivi nell’Indopacifico. Siamo ora il quarto Paese esportatore al mondo, e proseguiremo verso il target annuale dei 700 miliardi di euro di esportazioni. Anche la nostra cooperazione allo sviluppo sarà un asse di politica estera sempre più importante, come pilastro del sopracitato Piano Mattei, ma anche in un’ottica emergenziale, oltre che di sostegno e ricostruzione in aree critiche come Libia, Gaza e Ucraina».
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