Giustizia
Diritto internazionale, le letture di un penalista contro l’orrore
“L’orrore, l’orrore…”. Sono le ultime parole che Francis Ford Coppola fa pronunciare al colonnello Kurtz. Quanto esse sono appropriate di fronte a immagini e contabilità mortuaria alle quali i media ci hanno ormai abituato. Quasi automatica diviene l’invocazione di un intervento del Diritto internazionale: un sistema espresso da più fonti, ordinamento giuridico separato e distinto dagli ordinamenti interni degli Stati. Dopo Norimberga ha progressivamente preso corpo l’idea di una giustizia penale anche internazionale, culminata, alle soglie di questo secolo, con il c.d. Statuto di Roma. Un corpo normativo che si affianca al Diritto internazionale umanitario, che regola i conflitti armati, e al Diritto a tutela dei diritti umani (istruttiva la Storia dei diritti umani di M. Flores, il Mulino, 2008).
Tornano le due parole iniziali, per descrivere lo spiazzamento di un penalista che non può non ispirarsi a una ideologia liberale basata sulla regolazione e limitazione della forza e della violenza nei confronti dei singoli e di minoranze. Con l’esclusione, nella dimensione sovranazionale, dell’aggressione di Stati sovrani. Il Diritto internazionale, anche penale, viene invocato contro fatti e retoriche che si manifestano e si contrappongono nel moltiplicarsi dei conflitti. La prima pagina del racconto dell’orrore è oggi occupata dalla teocrazia iraniana e dai suoi tentacoli terroristici che operano a partire dal Medio Oriente, spingendo l’unica democrazia di quell’area a difendere la stessa sua esistenza. Una storia ininterrotta, questa, da più di settanta anni. E ancora la spietata aggressione imperiale russa. Ma fatti e parole truculente ormai infettano anche l’amministrazione della più antica democrazia costituzionale.
Per sfuggire a un desolante sconcerto, per cercare di comprendere e non cadere in una atarassia indifferente, ricorro a qualche lettura, certo non esauriente. Questo per affrontare cronache e immagini terrorizzanti, slogan truculenti e il riemergere di mostri, come l’antisemitismo, scoprendo che non ci hanno mai abbandonati. Prendo ad esempio un saggio recente, una sintesi di taglio didattico [F. Raschi, Un liberalismo (quasi) introvabile. Il liberalismo classico tra pace e guerra, Le Monnier, 2025]. La tesi che vi si sostiene confuta l’idea di una contrapposizione tra l’antropologia pessimistica del pensiero politico realista – l’uomo è un essere problematico e potenzialmente pericoloso – e quella che attribuisce al liberalismo, anche penale, una diversa ottimistica concezione dell’uomo. Un’analisi del pensiero liberale classico da Locke a Montesquieu, a Kant, a Constant, a Tocqueville fino agli autori del Federalist, smentisce questa contrapposizione. Breve, il pessimismo sulla natura umana serve anche al pensiero liberale, sia pure in diversa maniera nel pragmatismo dei vari autori e di altri che sono richiamati, al fine di costruire un progetto politico. Esso deve basarsi sull’equilibrio, la distribuzione e la regolazione dei poteri all’interno e tra gli Stati: in questo senso liberalismo e costituzionalismo sono varianti moderate del realismo politico. Un realismo anche quello di Freud, nel carteggio con Einstein del 1932, cogliendo la passione distruttiva della guerra intrinseca nell’uomo più dei sentimenti di pace (sull’epistolario, A. Andronico, Protect me from what I want, Mimesis, 2024).
Infine il liberale Aron, citato da Raschi, con la sua critica della diplomazia idealista che “scivola troppo spesso nel fanatismo e, dividendo gli Stati in buoni e cattivi, in pacifici o bellicosi, immagina una pace definitiva ottenuta mediante la punizione dei primi e il trionfo dei secondi. Credendo di rompere con la politica di potenza, essa ne esagera i misfatti”. Una chiave istruttiva la fornisce un’efficace ricostruzione storica delle origini del diritto internazionale (O. A. Hathaway-S. J. Shapiro, Gli Internazionalisti. Come il progetto di bandire la guerra ha cambiato il mondo, Neri Pozza, 2018). Gli autori muovono dalla tesi che ritiene trascurata l’importanza del Trattato di Parigi del 1928 (cd. Kellogg-Briand). Certamente esso non portò la pace nel mondo. “Non pose fine alla guerra tra gli Stati, ma segnò l’inizio della fine – e con ciò, la sostituzione di un ordine internazionale con un altro” (13). Prima di quel passaggio, “La guerra non era un allontanamento dalla politica civile; era politica civile. Per gli Stati risultava infatti inconcepibile farne a meno” (14). Un’opinione basata sulla documentata analisi storica del precedente “vecchio ordine mondiale”. Il trattato del 1928 fu un inizio ingenuo e sfortunato! Ma comunque costituì una svolta: fu il presupposto di una fase che, superato il secondo e devastante conflitto mondiale, anche grazie all’opera degli “internazionalisti” che danno il titolo al testo, ripropose gli strumenti per un nuovo ordine mondiale, con lo scopo di mettere al bando la guerra. «Nonostante tutti i problemi che lo attanagliano, il nuovo ordine mondiale è migliore del vecchio. È meglio vivere in un mondo in cui la guerra non è un meccanismo accettabile per raddrizzare i torti, anche se ciò significa che alcuni soprusi rimarranno senza soddisfazione» (491).
In conclusione, è sbagliato il mondo se si prende a riferimento solo il potere degli Stati. «Non esiste vero potere – un potere utile a conseguire importanti e duraturi obiettivi politici – in assenza di diritto. Il diritto crea potere politico concreto» (491). «C’è del fatalismo nel dipingere un mondo che riposa sul potere statale, e non lascia molto spazio all’agire umano» (492).
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