È una notte in cui tutte le vacche sono nere. Suona efficace la metafora di Hegel nella prefazione alla Fenomenologia dello spirito. Non voglio certo addentrarmi nella complessa costruzione della filosofia hegeliana, ma l’espressione ha qualche attinenza con la realtà davanti ai nostri occhi: la crisi del diritto internazionale – cui è dedicato questo numero di PQM -, il nuovo disordine mondiale e il ritorno del tema della guerra, dell’“inutile strage” di vite e opere dell’uomo, denunciata più di un secolo fa dal Pontefice Benedetto XV.

Ai conflitti in corso, in particolare quelli su cui si concentrano l’attenzione e le paure dei popoli retti da ordinamenti liberali, principalmente nel nostro vecchio continente, spesso corrispondono discorsi che rinunciano a un metodo dialettico e speculativo. Le guerre sarebbero tutte uguali, come le vacche in una notte senza luna. Si va affermando un pacifismo con visione notturna: lo slogan è “senza se e senza ma”. Nella nostra faziosa e inconcludente dialettica politica sembra mancare la percezione degli scenari apocalittici all’orizzonte.

La maggioranza al governo, uscita frastornata dagli esiti di un confronto referendario mal condotto, soffre anche dei rapporti intrattenuti con Trump (c’è chi ha colto una sorta di radioattività del personaggio). Difficile peraltro lasciar correre e assecondare quasi tutte le scelte dell’amministrazione USA: sul piano interno e, a maggior ragione, nella sconclusionata gestione guerresca dei rapporti internazionali. L’eterogenea e indefinibile compagine del “campo largo” usa come spada di Brenno proprio i “trascorsi trumpiani” dell’esecutivo, confidando in una replica dei consensi conquistati al referendum, forse inaspettatamente. Certo, anche questo fa parte del metodo democratico.

Ma non divaghiamo e torniamo al pacifismo “senza se e senza ma” e alla visione notturna delle vacche. L’invocazione di Benedetto XV e quelle dell’attuale Pontefice corrispondono a un ruolo della Chiesa: ricordare l’essenza disumana dei conflitti armati. Sono messaggi importanti, non solo in quanto rivolti agli Stati belligeranti. Essi corrispondono anche alla necessità di contrastare un’influenza mimetica che le guerre e le loro rappresentazioni imprimono, con il livello di violenza e brutalità, su individui e gruppi sociali, anche estranei ai conflitti armati. Ma la cosa non torna se si trasferisce quel monito in un consenso generalizzato a politiche che negano ogni distinzione tra gli avvenimenti proposti dalla realtà.

Ecco che, per farsi strada e provare a interpretare nel discorso pubblico sulle guerre, qualche insegnamento lo può dare una verifica basata su ciò che in esso manca, su quanto viene sottratto e taciuto. Senza spiegazioni. Poche quelle che sorreggono la serpeggiante indifferenza, se non sostegno, per l’aggressione sterminatrice che da quattro anni viene inflitta all’Ucraina. Che fine ha fatto la macelleria iraniana, un gigantesco pogrom contro le generazioni più giovani di quel Paese? E sono passati solo pochi anni dagli scannamenti dell’Isis in mondovisione. È sottratto al discorso mainstream il tema del rapporto con il radicalismo islamico e della compatibilità della sua presenza in società secolarizzate rette da ordinamenti liberaldemocratici.

Con il terrorismo portato in Occidente come riflesso di quello che assedia dall’origine la realtà dello Stato di Israele esasperandone le reazioni, passando per l’aggressione sanguinaria del 7 ottobre 2023, con il dilaniante calvario degli ostaggi. Il demone dell’antisemitismo scorrazza nuovamente con il moltiplicarsi di aggressioni e sfregi nei confronti delle comunità ebraiche e boicottaggi delle istituzioni. È travestito da antisionismo contro le guerre di Israele e gioca con spregiudicatezza con il significato della parola genocidio e con quello di sionismo: movimento nato proprio per sottrarre gli ebrei all’antisemitismo culminato con la soluzione finale.

Gaetano Insolera

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