Giustizia
Dopo il No al Referendum, continuiamo la nostra battaglia di civiltà contro giustizialismo e strapotere delle toghe
Prosegue, con ancora più determinazione, la lotta all’invasione dell’ordine giudiziario sulla politica
Dopo ore di delusione e di rassegnazione, dopo una forte spinta a dire basta e smettere di scrivere e di tenere riunioni e conferenze, una proposta mi induce a ritrovare un minimo di energia. È quella di Claudio Velardi, che si candida ad essere con il suo Riformista la voce di tante battaglie civili contro il giustizialismo e lo strapotere della magistratura. Il debutto teatrale è la festa di Napoli, a mo’ di ultras, che inneggia al risultato del referendum al canto di “Chi non salta la Meloni è” e poi ancora “Chi non salta Imparato è” (la procuratrice che si era schierata per il Sì). L’Anm ha avuto quel che cercava: la sua legittimazione popolare, e si è trasformata in partito politico. Le ingerenze e le manovre delle procure sulla politica si faranno più intense. E immagino più numerose saranno le candidature dei magistrati. È l’equilibrio tra dare e avere. Vivremo ancora, come nel biennio giudiziario, il tempo dell’invasione dell’ordine giudiziario sulla politica. E noi, come Velardi, ci chiamiamo “La Giustizia” anche per questo, faremo sicuramente la nostra parte.
Tutto resta com’è fino a un certo punto. L’ordinamento giudiziario sarà ancora privo di separazione delle carriere tra Pm e Giudice che si voteranno incarichi, promozioni e prebende l’un l’altro, il Csm verrà ancora scelto tra i partiti dei magistrati i cui iscritti sono solo 2mila a fronte di 9mila complessivi. Le sanzioni disciplinari saranno decise dalla solita commissione interna al Csm. Se così ha voluto l’elettorato, è giusto che sia così. Ma la lotta a cui ci richiamava Velardi non è finita. Come si fecero, e furono popolari, le mobilitazioni sul divorzio e l’aborto, sulla responsabilità civile dei magistrati, e anche sul fine vita e sulle coppie di fatto, non si può dire che la questione di un diverso e più equo sistema giudiziario abbia fatto presa. È cambiato il popolo italiano? Siccome, come sosteneva il segretario del Partito comunista di Berlino nella commedia di Bertolt Brecht, non si può nominare un nuovo popolo, dobbiamo capire le ragioni di questa svolta.
Ci sono molti motivi per dire No. Mille in più che per dire Sì (che sono solo due: dire Sì alla legge e a chi la propone). I No che ho personalmente individuato sono una miriade. C’è il No a chi tocca la Costituzione, ma solo se lo fanno gli altri; c’è il No al tentativo di porre la magistratura sotto il potere dell’esecutivo, che non esisteva e che comportava la modifica ulteriore della Costituzione, cioè un altro duplice passaggio tra Camera e Senato e un altro referendum. Ma ci sono tanti altri elementi esterni che hanno motivato il polivalente No: da Trump a Gaza, dalla guerra in Iran alle sue conseguenze sull’economia italiana, fino alla questione giovanile, che è un tema sociale di primaria rilevanza. Perfino il garantismo a senso unico della maggioranza sul caso Salis e il suo voto al Parlamento europeo per rinviarla in Ungheria in manette. Niente a che vedere col testo della legge che quasi nessuno ha letto.
I No hanno colori diversi. Il No di Napoli, massiccio e uniforme, ha carattere speciale e i vaghi sapori di una jacquerie sottomessa al re di turno. Un obbedisco quasi militare in salsa filo borbonica. Il No dell’Emilia e della Toscana di chiara impostazione ideologica, un rifiuto in stile Anpi e feste dell’Unità a fronte dei fascisti e del fascismo a un mese dal 25 aprile con le bandiere esposte con largo anticipo in tutte le vie cittadine. Il No di Milano e Roma, più nei quartieri centrali che nelle periferie, assomma alla sinistra dei salotti di origine aristocratica, quella della Ztl, i motivi di sfiducia nel futuro di molti giovani scesi in massa ai seggi.
Personalmente trovo una motivazione etico-politica che le supera tutte e che tutte le sommerge. Quella di non poter lasciare alla destra una battaglia di libertà che avrebbe dovuto e potuto fare la sinistra. Sennonché questa sinistra, in particolare il Pd, è troppo legata alla magistratura da un patto stretto a partire dal 1992, contratto da Luciano Violante che poi divenne, forse pentendosene, garantista, e deve sottomettersi ai suoi diktat. Troppa grazia ha ricevuto da allora. Scaricare Del Turco, Renzi (che si è poi ricaricato da solo), Penati, e tanti altri senza un accenno di solidarietà e scegliendo sempre l’indagine al posto dell’indagato; un ritornello che si ripete. C’è molta carne sotto il fuoco della nostra primavera. Il banchetto ce lo stanno servendo gli altri. Sediamoci tranquilli, e ripetiamo lo slogan dei ragazzi del maggio francese: ce n’est qu’un début continuons le combat.
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