Era marzo del 2024 quando l’Italia scoprì l’esistenza di quello che l’allora procuratore di Perugia Raffaele Cantone definì un “verminaio assolutamente inimmaginabile”. Tutto partì dall’esposto presentato dal ministro della Difesa Guido Crosetto, che arrivò a terremotare la Direzione nazionale antimafia, facendo emergere migliaia di accessi abusivi alle banche dati riservate. A oltre due anni di distanza, mentre l’attenzione dell’opinione pubblica si è ormai spenta, la vicenda è giunta nelle scorse settimane alla richiesta di rinvio a giudizio. L’udienza al tribunale di Roma, con la prescrizione alle porte, è prevista dopo l’estate.

Questi i fatti. Dopo la denuncia di Crosetto, la Procura di Perugia aveva avviato le indagini che portarono alla scoperta di una mole impressionante di consultazioni abusive dei sistemi informatici della Dna. Per ragioni di competenza, il fascicolo venne poi trasferito a Roma. Parallelamente, la Commissione parlamentare antimafia guidata da Chiara Colosimo (FdI), a cui si erano rivolti Cantone e Giovanni Melillo, capo della Dna, aveva deciso di aprire una propria istruttoria per verificare eventuali responsabilità organizzative all’interno degli uffici di via Giulia. Nel mirino finirono il finanziere Pasquale Striano, l’ex sostituto procuratore della Dna Antonio Laudati e alcuni giornalisti.

I numeri contestati sono impressionanti. A Striano vengono attribuiti oltre 349mila documenti estratti dai sistemi informatici, ai quali si aggiungerebbero più di 73mila informative di polizia, oltre 12mila trascrizioni di intercettazioni, altrettanti verbali di interrogatorio e migliaia di richieste di misure cautelari. Fra gli “attenzionati”, ministri, parlamentari, imprenditori, manager, sportivi e personaggi dello spettacolo. Tra i nomi, oltre a Crosetto, Matteo Renzi, Giuseppe Valditara, Giovanbattista Fazzolari. Il materiale, in numerosi casi, sarebbe confluito in articoli di stampa.

Le contestazioni comprendono accesso abusivo a sistemi informatici, rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio e falso. Accuse respinte dagli interessati. Laudati, ad esempio, ha sempre sostenuto di non aver mai effettuato personalmente accessi ai sistemi informatici né divulgato documenti riservati, affermando di essersi limitato a delegare le indagini secondo le procedure interne della Dna. In Commissione parlamentare Antimafia il dibattito ha riguardato proprio il ruolo dell’allora procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, oggi vicepresidente dello stesso organismo parlamentare. La relazione predisposta dalla presidente Colosimo ha individuato profili di responsabilità organizzativa e di vigilanza nella gestione dell’epoca. Cafiero de Raho, non indagato, ha sempre respinto ogni addebito, contestando le conclusioni della Commissione.

Su questa vicenda venne anche scritto un libro, “Il verminaio”, firmato dalle giornaliste Brunella Bolloli e Rita Cavallaro, che ricostruiva l’origine dello scandalo, i protagonisti e le ricadute istituzionali di quello che ad oggi è uno dei più grandi casi di dossieraggio della storia della Repubblica. Da quella prima inchiesta, per la cronaca, emergeranno poi altri filoni investigativi, come “Equalize” e “Squadra Fiore”, alimentando il sospetto che gli spioni in Italia siano oggi quanto mai attivi, sintomo di una vulnerabilità ben più ampia degli apparati informativi.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere