Comparirà oggi davanti ai magistrati per l’interrogatorio di garanzia l’ex direttrice del carcere di Reggio Calabria, Maria Carmela Longo, arrestata con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo la Dda reggina – diretta da Giovanni Bombardieri – l’ex direttrice della casa circondariale avrebbe messo in atto “una sistematica violazione delle norme dell’ordinamento penitenziario e delle circolari del Dap”, concorrendo – si legge nell’ordinanza firmata dal Gip Domenico Armaleo,- “al mantenimento ed al rafforzamento delle associazioni a delinquere di tipo ‘ndranghetistico’’ e avallando “le richieste dei detenuti ristretti presso la casa circondariale Panzera”. Nella stessa inchiesta, indagati per aver favorito alcuni detenuti ristretti nel circuito di Alta Sicurezza, sono coinvolti anche i sovrintendenti della Polizia penitenziaria Massimo e Fabio Musarella. Sotto indagine, infine, anche un medico dell’Asp, Antonio Pollio, e una detenuta, ai quali si contesta un certificato medico firmato dal dottore al solo scopo di permettere alla stessa detenuta, testimone in un processo, di evitare l’udienza.

La “linea dura” suggerita tra le righe sin dalle prime circolari del Dap si traduce nel clima che ispira provvedimenti esemplari. “Colpirne uno per educarne cento”. E qui si colpisce duro, la Longo è una caposcuola del carcere rieducativo e ha una carriera importante: da un anno è alla guida della sezione femminile della casa circondariale di Rebibbia dopo aver diretto per quindici anni – senza mai una nota di demerito – le carceri reggine di Panzèra ed aver guidato la casa circondariale-modello di Arghillà, tirata su in due anni con squadre di detenuti che sotto la sua gestione si sono perfino occupati di finalizzare una parte dei lavori. Sono numerosissime le interviste che l’hanno vista protagonista, come fautrice di una interpretazione più umana della convivenza carceraria. Anche Diego Bianchi, con la popolarissima Propaganda Live, La7, ne aveva fatto un punto di riferimento per raccontare con le sue parole il pianeta carcere. Un esempio? «Il mio primo impegno – gli diceva Maria Carmela Longo – è stato quello di ristrutturare l’istituto penitenziario di Reggio dotando tutte le camere di pernottamento di servizi igienici e doccia in cella. Una vera conquista visto che quasi tutti gli istituti penitenziari in Italia hanno le docce in comune». Il semplice tentativo di rendere appena più dignitosa la vita dei detenuti le è valso negli anni più di qualche frecciata.

«Il carcere di Reggio Calabria è diventato un hotel a cinque stelle», hanno iniziato a dire i detrattori. E fa riflettere l’intervento muscolare del sindacato della Polizia Penitenziaria, Uilpa PP, che ieri si è affrettata a schierarsi con un irrituale comunicato stampa a sostegno della Procura: «Ci sentiamo di rivolgere il nostro plauso al Nucleo Investigativo Centrale del Corpo di polizia penitenziaria che sta dando un fondamentale contributo alle indagini, così come ci sembra di scorgere nei nuovi vertici del Dap e, in particolare, nel suo Capo Petralia, una nuova e più proficua determinazione». Petralia per dirla tutta aveva tanta determinazione anche per andare a guidare la Procura di Torino, prima che le intercettazioni del suo nome fatto da Palamara gli suggerissero di ritirarsi. Ma quella è un’altra storia. E per tornare a Reggio Calabria bisogna sentire l’avvocato Giampaolo Catanzariti, Osservatorio carceri dell’Unione Camere Penali. Con lui analizziamo le accuse. «Noi come avvocati la abbiamo vissuta come figura dalle alte capacità manageriali, mai ci è sembrata minimamente accondiscendente. Anzi, a noi è parsa sapersi distinguere per capacità di gestione, per competenza tecnica, per il carattere forte, per la capacità di imporsi, regolamento sempre in mano». Ma ci sono le accuse: avrebbe ritardato ad arte qualche provvedimento di trasferimento; avrebbe favorito qualche famiglia, avvicinando gli appartenenti delle ‘ndrine in cella; avrebbe mandato a fare l’ora d’aria in cortile detenuti che forse era meglio tenere separati.

«A me sembra allucinante che si vada a spaccare il capello sui temi della collocazione nelle celle, di chi si possa o non si possa incrociare in corridoio o sfiorare in cortile. È incredibile non tenere conto della particolare composizione del carcere di Reggio, che ha una densità di detenuti ‘ad alta sicurezza’ record in Italia», dettaglia Catanzariti. La tacciano di cedevolezza, di aver avuto la manica larga nelle concessioni. «Io credo che da parte della Procura, qualcuno avesse da anni la sensazione che la criminalità tutto sommato si trovasse meno male che altrove, non per complicità ma perché non c’era quel dente avvelenato di cui qualcuno pensa si debba essere dotati». E ci racconta un episodio. «Anni fa ebbi il via libera dal pm per un colloquio straordinario in carcere con un assistito. Il comandante della polizia penitenziaria me lo nega. Ne nasce un diverbio, arriva la direttrice Longo. Mi ascolta, valuta e dà ragione al comandante. Colloquio negato. Altroché manica larga, è stata sempre attenta ai regolamenti e di nessuna condiscendenza». L’ordinanza di arresto usa toni diversi. «Longo – dicono gli atti – e’ scesa a patti con detenuti del calibro di Michele Crudo, ritenuto affiliato alla cosca Tegano, e con molti altri aderenti alla ‘ndrangheta del mandamento reggino. Ha lasciato loro il potere di assumere le decisioni nei settori chiave della vita penitenziaria agevolandoli in molteplici occasioni con permessi e mancate traduzioni pur di non avere problemi e senza curarsi di violare con costanza e sistematicità le normative dell’ordinamento penitenziario». Sulla direttrice Longo ha fatto affidamento nel tempo Rita Bernardini, che con le sue visite di sindacato ispettivo è stata a Reggio Calabria e a Rebibbia molte volte. «Dubito molto delle accuse che le sono rivolte. Il problema in Calabria è che è esclusa qualsiasi rieducazione e percorso riabilitativo per coloro che sono in alta sicurezza. Se un direttore si muove nella direzione prevista da ciò che è costituzionalmente normato rischia l’accusa di connivenza», dichiara la dirigente radicale al Riformista. Poi ironizza: «Per coloro che sono accusati e/o condannati per 416-bis l’unica strada è il “pentimento”; altrimenti, la morte civile disumana e degradante diviene la condizione di lunghi anni di custodia cautelare e poi condanna». Maria Carmela Longo si è formata come dirigente penitenziaria alla scuola di Paolino Quattrone, suo predecessore a Reggio Calabria: un uomo che aveva lavorato per anni proprio sul fronte del carcere dal volto umano. Mutatis mutandis, fu anch’egli indagato, nel 2010, finito il mandato. Non venne mai condannato, però. Tradito dalla giustizia nella quale aveva sempre creduto, Quattrone si lasciò vincere e si sparò un colpo di pistola.