L'€conomista
Edilizia, appalti integrati e accordi quadro: pochi contratti e ostacoli alla concorrenza
In materia di affidamenti, il nodo più intricato riguarda gli appalti che assegnano a un unico soggetto progettazione ed esecuzione dei lavori: il rischio è crescente per competitività e qualità progettuale
La scorsa settimana, nella Sala della Regina alla Camera, il presidente dell’ANAC Giuseppe Busia ha presentato i risultati della relazione annuale. Una fotografia di un mercato in forte crescita — 309,7 miliardi di euro complessivi, +13,9% rispetto al 2024 — ma anche di un sistema attraversato da criticità strutturali che rischiano di compromettere qualità e trasparenza della spesa pubblica. L’allarme che ha dominato titoli e commenti riguarda gli affidamenti diretti: per servizi e forniture arrivano al 95% delle acquisizioni totali, con una concentrazione sospetta a ridosso della soglia dei 140.000 euro che fa ipotizzare frazionamenti artificiosi. È un fenomeno reale, e ANAC fa bene a segnalarlo. Ma concentrarsi solo su questo rischia di lasciare nell’ombra dinamiche economicamente ben più rilevanti. Lo sottolinea la Fondazione Inarcassa, che rappresenta circa 180.000 ingegneri e architetti liberi professionisti: per questa categoria, le criticità più serie non vengono dagli affidamenti diretti, ma da due altri istituti — gli appalti integrati e gli accordi quadro — che pure nel dibattito post-ANAC sono quasi spariti dal radar.
Il punto non è il numero delle procedure, ma il loro peso economico. Gli appalti integrati — quelli che affidano a un unico soggetto sia la progettazione sia l’esecuzione dei lavori — nel 2025 rappresentano meno del 10% delle procedure sui lavori pubblici. Fin qui sembrerebbero una quota marginale. Ma in termini di valore la proporzione si ribalta: concentrano tra il 18% e il 25% del valore complessivo dei lavori pubblici, con percentuali ancora più alte nelle grandi opere e nei progetti PNRR. Pochi contratti, enormi risorse. «La preoccupazione», dice l’ing. Andrea De Maio, presidente della Fondazione Inarcassa, «è per la crescita marcata di altri due istituti: gli appalti integrati e gli accordi quadro che, limitando fortemente la concorrenza e l’accesso al mercato, concentrano importi economici di gran lunga più elevati degli affidamenti diretti in un numero decisamente inferiore di procedure.»
Il problema degli appalti integrati è strutturale, non occasionale. Quando progettazione ed esecuzione vengono affidate allo stesso soggetto, il progettista smette di rispondere alla committenza pubblica e diventa di fatto un’emanazione dell’impresa esecutrice. Viene meno quella terzietà tecnica che dovrebbe essere il presidio della qualità e della sicurezza delle opere. Il risultato, documentato da numerosi casi concreti, sono varianti in corso d’opera, lievitazione dei costi, contenziosi e un abbassamento generale della qualità progettuale. Diverso ma non meno preoccupante il discorso sugli accordi quadro. Questi strumenti — pensati per semplificare la programmazione degli acquisti in settori standardizzabili — rappresentano il 10-15% delle procedure sopra soglia, ma arrivano a superare il 30% del valore complessivo degli affidamenti di servizi e forniture. Applicarli ai servizi di ingegneria e architettura, che sono per definizione prestazioni intellettuali e non producibili in serie, genera effetti paradossali: requisiti di accesso gonfiati che tagliano fuori le piccole realtà professionali, incarichi concentrati su pochi grandi soggetti, subappalto a cascata con compensi inadeguati, e una fase esecutiva difficilmente monitorabile.
Strumenti pensati per l’efficienza che, applicati nel posto sbagliato, producono esattamente l’effetto contrario. Il rapporto ANAC offre una base dati preziosa e il lavoro di Busia va nella direzione giusta. Ma la sua ricezione pubblica si è fermata alla superficie del fenomeno più visibile. La vera sfida per il Legislatore è spostare l’attenzione dal numero delle procedure al loro impatto reale: sulla concorrenza, sulla qualità progettuale, sul ruolo indipendente del tecnico lungo tutto il ciclo di vita dell’opera. In un Paese che ha impegnato miliardi nel PNRR e che deve fare i conti con la messa in sicurezza sismica e la transizione ecologica delle infrastrutture, non è un dettaglio. È il punto di partenza.
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