In forma smagliante malgrado i suoi 80 anni, il Presidente eritreo Isaias Afewerki ha fatto visita al Cairo di recente al suo omologo egiziano El Sisi, per rinforzare le relazioni politiche ed economiche bilaterali fra Egitto ed Eritrea, con una particolare enfasi sul tema della sicurezza regionale. Malgrado l’usuale vaghezza dei comunicati ufficiali, i due Capi di Stato hanno affrontato la questione della pretesa etiopica a uno sbocco costiero sul Mar Rosso, che preoccupa non poco sia Asmara che il Cairo. È questo, con tutta probabilità, il motivo essenziale del loro incontro, visto che l’instabilità regionale nel Corno d’Africa rischia di sfociare in un conflitto con diversi attori protagonisti, africani e non.

Il mese scorso si erano visti ad Asmara i rispettivi Ministri degli Esteri, Saleh ed Abdelatty. Avevano sottoscritto un Accordo marittimo secondo cui la responsabilità della sicurezza delle coste africane del Mar Rosso deve restare in mano agli Stati litoranei, escludendo implicitamente l’Etiopia, che dal 1993 non ha accessi marini. Non è un mistero che Eritrea ed Egitto siano fortemente contrari alle mire espansionistiche etiopiche verso le coste, e non intendano avere un nuovo inquilino imprevedibile come l’Etiopia affacciato sul Golfo di Aden, in un momento di notevole fibrillazione geo-politica in tutta l’area medio-orientale.
Il controllo del Mar Rosso, già strategico per via dei traffici commerciali che transitano attraverso lo Stretto di Bab El Mandeb, è ancora più fondamentale dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Sebbene i ribelli Houthi dallo Yemen, guidati da Teheran, abbiano reso insicuro negli ultimi anni quel tratto di mare con i loro bombardamenti dalle coste arabe, da lì passa ancora il 10-12% del commercio mondiale, inclusi rilevanti carichi di petrolio destinati verso il Canale di Suez ed il Mediterraneo.

Il Premier etiopico Abiy Ahmed da circa tre anni ha intensificato le proprie richieste alla comunità internazionale affinché il suo Paese, con i suoi 130 milioni di abitanti, torni ad avere un proprio sbocco sul Mar Rosso, perduto dopo la proclamazione dell’indipendenza dell’Eritrea, nel 1993. Con il suo stile fra il messianico e l’autocratico, accentuato in occasione delle recentissime “elezioni-farsa” in Etiopia dominate dal suo Prosperity Party, Abiy insiste sulla pretesa di accesso al mare per l’Etiopia, al di fuori delle procedure del diritto internazionale, che prevederebbero un referendum locale, un accordo fra gli Stati interessati, e un sigillo finale delle Nazioni Unite e dell’African Union al cambiamento delle frontiere. Nello scorso mese di maggio, la propaganda etiopica ha capovolto le responsabilità per la destabilizzazione in Africa orientale, accusando l’Egitto di applicare una sorta di “accerchiamento” verso Addis Abeba, non solo a causa del Mar Rosso. Il riferimento è al decennale contenzioso con il Cairo relativo alla costruzione sul Nilo Azzurro da parte etiopica della più grande diga in Africa, la Grand Ethiopian Renaissance Dam. Secondo le Autorità egiziane essa altera la portata delle acque del Nilo verso l’Egitto, rappresentando un forte pericolo per la sua economia e sicurezza; dal 2024 ogni tentativo di risolvere la questione della GERD diplomaticamente si è arenata, e l’Egitto ha abbandonato i tavoli negoziali, protestando contro l’unilateralismo di Addis Abeba sulla questione della diga.

In ambito regionale, mentre si rafforza quindi l’intesa fra Egitto, Eritrea e Sudan per arginare le ambizioni territoriali dell’Etiopia, quest’ultima sembra poter contare ancora sull’amicizia del Kenya. Nairobi, però, difficilmente si spingerebbe fino ad una vera e propria alleanza militare con Addis. Gli interessi economici e il timore di flussi migratori fuori controllo fanno sì che il Governo etiopico goda invece di un largo sostegno internazionale, che va dalla Cina agli Emirati, passando per l’Italia, la Francia e l’Ue. Il nostro Paese avrebbe le carte in regola, visti gli ottimi rapporti con tutti gli Stati del Corno d’Africa, per promuovere una seria iniziativa regionale di dialogo politico volta a limitare le pretese etiopiche e scongiurare un nuovo ricorso alle armi in quell’area estremamente complessa. Non basta infatti evocare i pregi economici-finanziari del Piano Mattei, che fra l’altro non comprende Sudan, Sud Sudan, Eritrea, Gibuti e Somalia, per ottenere la stabilità nel Corno; una volta tanto, non farebbe male tornare ad ispirarsi in Africa all’importante eredità politica dell’Italia repubblicana. Ammesso che qualcuno la ricordi ancora.