Elena Bonetti, deputata di Azione eletta in Veneto, racconta una regione che soffre politiche nazionali inadeguate.

Onorevole, il PNRR sta per chiudere il suo ciclo, e con esso si esaurisce la più grande iniezione di risorse europee mai arrivata in Italia. Per una regione manifatturiera come il Veneto, che sul PNRR ha costruito pezzi importanti di transizione digitale ed energetica, quale strumento europeo deve prendere il testimone? E soprattutto: siamo attrezzati, come Paese, a negoziarlo bene a Bruxelles?
«In realtà è l’Italia che deve cambiare, per questo noi abbiamo lottato per reintrodurre Industria 4.0. Alle imprese va data una strutturalità di metodi e di investimenti innovativi, e non più strumenti sporadici sui quali le imprese non riescono a programmare. E poi anche un processo di semplificazione. All’Italia serve una strategia di investimenti industriali che tenga conto della dimensione del nostro tessuto imprenditoriale e che sia coerente con la visione europea. Un piano serve con urgenza anche all’Europa: è uno dei passi di costruzione dell’Unione che ancora mancano».

Il tema dell’energia resta il nodo strutturale delle filiere venete: meccanica, metallurgia, lavorazioni artistiche dipendono da materie prime importate e da un costo del gas che resta tra i più alti d’Europa. Senza una politica energetica comunitaria degna di questo nome, l’autonomia commerciale del Nordest ha un tallone d’Achille. Cosa deve fare l’Italia?
«Le imprese venete non possono continuare a pagare l’energia quattro volte i competitor stranieri: il governo deve abbassare in fretta i costi dell’energia. Sul medio e lungo periodo serve portare avanti un mix energetico di rinnovabili e nucleare che ci renda autonomi. Ma in prima istanza bisogna ridurre i costi di distribuzione e trasmissione dell’energia elettrica, che oggi sono spropositati, e far sì che l’energia idroelettrica sia remunerata a un prezzo equo, proporzionato al costo di generazione, dell’ordine di 35 euro al megawattora e non al prezzo dell’elettricità a gas, che è quattro volte tanto».

La demografia è l’altro grande convitato di pietra dell’economia veneta. Le imprese denunciano da anni la mancanza di manodopera qualificata, e il saldo naturale della popolazione è negativo da quindici anni. Lei che si è occupata a lungo di famiglia e pari opportunità: quali politiche possono davvero incidere, e quali restano slogan?
«Le politiche per incentivare la natalità sono sistemiche e non a spot. Oggi però è urgente investire sui giovani per evitare quello che i dati ci dicono, cioè che dal Veneto i giovani se ne vanno, spesso i più qualificati, per andare nel resto d’Europa. Per trattenerli servono politiche di aumento dei salari e che incentivino l’autonomia dei giovani, compreso l’accesso ad alloggi a prezzo equo, un fisco pro-giovani, politiche per la formazione tecnica in accordo con le imprese e una riforma del sistema educativo, anche anticipando l’età della laurea.
L’altra grande leva è un’immigrazione qualificata, che vuol dire: immigrati che vengano perché possono integrarsi nel tessuto produttivo, sostegno alle imprese per la loro formazione e politiche per stabilizzare la loro presenza e metterli nelle condizioni di contribuire al tessuto produttivo».

Le piccole e medie imprese venete sono il cuore dell’export europeo del Nordest, ma sono anche le più esposte al peso crescente della burocrazia comunitaria: certificazioni ESG, regolamenti sulla sostenibilità, rendicontazione. L’Europa che protegge è la stessa che soffoca? Come si ricompone questa contraddizione?
«L’Europa sta facendo dei passi avanti e ha già introdotto pacchetti di semplificazione che hanno dato un primo vantaggio alle imprese. Certamente bisogna insistere. Ma ci sono leve anche di politiche pubbliche per investimenti che sostengono le imprese e le rendono più produttive. La certificazione per la parità di genere, ancora troppo poco diffusa in Veneto, è una certificazione che aumenta il livello di produttività, di competitività e di qualità del lavoro. E le imprese che la ottengono hanno un vantaggio fiscale e negli appalti pubblici: ben altra cosa dalle lungaggini burocratiche».

Lei è stata eletta in Veneto. Che idea si è fatta, in questi anni, della cultura imprenditoriale di questa regione? C’è qualcosa che il resto del Paese, e forse la stessa classe politica veneta, non ha ancora capito fino in fondo?
«Il Veneto è una regione ricca di eccellenze imprenditoriali, molte peraltro a guida femminile e con spiccata capacità innovativa, che si sono integrate in un tessuto di coesione sociale molto forte. Oggi però serve per tutti più coraggio nell’innovazione e anche investimenti in rete tra le imprese per permettere alle piccole e medie di raggiungere una massa critica adeguata e diventare competitive su scala europea e globale».

Ultima domanda, più politica. Dopo il voto regionale del novembre scorso, il Veneto resta un territorio storicamente ostico alla sinistra classica ma anche sempre più insofferente a certe derive identitarie della destra di governo. Può diventare, in vista delle prossime politiche, un laboratorio riformista, un luogo dove le forze dell’area liberaldemocratica costruiscono una proposta credibile a partire proprio dalla cultura del fare che caratterizza questa regione? E su quali temi, concretamente, si può cominciare a lavorare fin da ora?
«In Veneto le culture di centro sono sempre state particolarmente vive e presenti. È la regione di Tina Anselmi, che ha fatto di questa scelta di centro una spinta innovatrice in Italia: pensiamo alla legge di tutela della maternità nel mondo del lavoro o a quella sul servizio sanitario nazionale universale. Non si può però vivere solo di eredità. Bisogna avere oggi il coraggio di riproporre una forma politica di centro. Il Veneto può farlo, a patto che i cittadini decidano con il loro voto di rompere un bipolarismo che ha diviso e polarizzato questa identità che è nelle radici e nella cultura di questa terra».