Fine primo tempo. Le elezioni regionali d’autunno sono l’ultimo atto della prima frazione di gioco, iniziato con le politiche del 2022 e destinato a culminare nel 2027. Dalla tornata delle amministrative emerge un pareggio, 3-3: il centrodestra vince in Calabria, Marche e Veneto; il campo largo si impone in Toscana, Puglia e Campania. Prima della sfida finale sono previsti due appuntamenti che determineranno l’esito del prossimo voto nazionale: il referendum sulla separazione delle carriere e la legge elettorale. Il destino di Giorgia Meloni è legato a entrambe le partite. Lorenzo Castellani, docente di Storia delle istituzioni politiche alla Luiss, mette in chiaro: il centrosinistra non è uscito con le ossa rotte dalle regionali, ma guai a interpretare un’elezione territoriale come segnale per il governo. A rischiare grosso, piuttosto, è Elly Schlein: perdere sulla riforma della giustizia e farsi sorpassare da Giuseppe Conte alle primarie di coalizione segnerebbe la fine della sua già debole leadership nel Partito democratico.

Che segnali arrivano da questa tornata elettorale di regionali?
«Nessun segnale in particolare, gli esiti confermano tutto ciò che si prevedeva. Erano tre elezioni piuttosto scontate in partenza».

Sempre meno italiani vanno alle urne. L’astensionismo deve allarmarci o dobbiamo abituarci?
«Abituarci. Oramai è così in tutto il mondo occidentale, soprattutto a livello locale. Ma ciò non significa che la democrazia sia in crisi, quanto che una parte della popolazione sia apatica, disillusa, non creda a grandi possibilità di cambiamento chiunque vinca».

Veniamo ai risultati. Il centrosinistra non è messo così male…
«No, i risultati sono quelli che sapevamo in partenza. In Puglia e in Campania ci si attendeva una netta affermazione del centrosinistra. Tutto ha funzionato per la coalizione, e anche i candidati hanno saputo reggere bene alla varietà dei partiti che compone il centrosinistra».

L’esito delle regionali dimostra che il campo largo, se unito, è competitivo. Almeno alle amministrative. Vale anche per le elezioni politiche?
«No, perché è evidente che le politiche siano un’altra storia. Basti guardare in Veneto, dove il risultato è rovesciato per la destra. La sinistra ha leader locali ma non una leadership nazionale riconosciuta da tutti, e nemmeno un perimetro di alleanze chiaro a livello nazionale. A destra invece oggi è tutto molto chiaro: tre partiti, una leadership. Questo è il problema del campo largo».

A sinistra c’è chi parla di «avviso di sfratto» al governo, come se fosse in vista una «spallata» per Meloni. È presto per dirlo?
«Sono sparate retoriche che ci stanno in una logica elettorale o post-elettorale, ma penso che il centrodestra abbia ottime possibilità di arrivare alla scadenza naturale della legislatura».

Se Fico avesse perso in Campania, la leadership di Schlein sarebbe stata in bilico. Pericolo scampato, per il momento. Ora c’è il referendum: se passa il Sì, Elly traballa?
«Penso che possa traballare in ogni caso, ancora di più se passasse una storica riforma della magistratura a cui si oppone. Il problema di Schlein è che sia nel suo partito sia fuori sono in troppi a non riconoscerne la leadership. Dovrebbe trovare un modo per legittimarsi e rendersi inattaccabile, magari con delle primarie. Altrimenti, anche se il centrosinistra vincesse le prossime politiche, chi, dei suoi avversari interni, sarebbe disposto a farle fare il premier?».

Ora Conte può alzare il tiro e pretendere altri candidati del M5S: con Todde e Fico si vince, con Ricci e Manildo si perde. Schiacciarsi sui pentastellati, però, sarebbe un autogol per un centrosinistra che mira a governare il Paese…
«Il Pd non può farlo, ma è anche vero che senza 5 Stelle non c’è campo largo. Non può schiacciarsi ma nemmeno strappare come le chiedono i moderati del Pd. Schlein si muove sulle uova perché ha avversari sia alla sua destra che alla sua sinistra».

I moderati si riorganizzano. Che spazi di manovra ci sono per il centro?
«Pochi, se non nulli. Allo stato attuale devono scegliere se stare nel campo largo o andare a destra, perché l’alternativa è un’irrilevanza al 2-3%. Ad esempio, fossi in Carlo Calenda aprirei a un’alleanza a destra. A Meloni farebbe molto comodo un alleato centrista, dinamico e con idee chiare sull’economia. E lui potrebbe diventare strategico per una maggioranza di destra bilanciando la Lega».