Ambiente
Eolico offshore, la risposta al rincaro energetico. Mamone Capria: “Filiera di interesse nazionale”
«Per contrastare la minaccia di mancate forniture energetiche a seguito di questo nuovo conflitto, l’Italia deve fare un ragionamento di sovranità energetica, come siglato giorni fa da sette Capi di Stato di Paesi del Mare del Nord che si sono impegnati ad aumentare di oltre 300GW la produzione di eolico offshore. Dobbiamo puntare su una filiera di cui siamo un potenziale leader nel Mediterraneo». È il commento di Fulvio Mamone Capria, Presidente di Aero, riflettendo sul rischio di uno short di gas e petrolio a causa della guerra in Iran. «L’energia è una questione di sicurezza nazionale e le sue infrastrutture obiettivi ad alta sensibilità».
Presidente, se Teheran chiude lo Stretto di Hormuz, rischiamo di rivivere la situazione del 2022. È il momento delle rinnovabili e quindi dell’eolico offshore?
«Se fossimo partiti sei, sette anni fa, oggi avremmo collegato almeno un paio di GW alla rete e così creato un’alternativa sostenibile al rischio che stiamo attraversando. Il mix di rinnovabili ci porterà sempre di più all’indipendenza energetica quanto mai necessaria nel contesto internazionale odierno. Il dato è che con il conflitto in Ucraina siamo stati costretti in Europa a recuperare la mancanza di forniture russe. Nelle prossime settimane, potremo rischiare una potenziale mancanza di petrolio dal Golfo».
Quali sono le minacce che avete messo sul tavolo?
«I nostri futuri impianti saranno esposti ad attacchi di duplice tipo. Cyber, per bloccare la rete e invalidare le connessioni elettriche. Militare per colpire le infrastrutture in sé. È chiaro che un attacco nei nostri confronti avrebbe un impatto contenuto in termini di impatto ambientale. Non siamo un pozzo estrattivo o una petroliera in mezzo al mare. D’altra parte, abbattere una pala eolica può significare tener fermo per qualche settimana un impianto produttivo».
Ragioniamo per simulazioni. Blocco petrolifero e di gas. Voi, di fronte alla domanda dell’industria manifatturiera, quanto potete colmare il gap?
«Noi non siamo la soluzione a tutti i problemi, ma parte integrante del disegno delle rinnovabili, dove ogni settore apporta al sistema elettrico un grande contributo. A fianco degli impianti di produzione, devono essere previsti sistemi di stoccaggio, i bess. L’Italia ha iniziato nelle rinnovabili con l’idroelettrico e si completerà con l’eolico offshore. La nostra è una risposta industriale oltre che di produzione energetica pulita».
Perché così tanta attenzione alla filiera?
«Perché può dare una risposta valida alla rete elettrica. Il punto essenziale è la continuità dell’approvvigionamento. Di notte, per esempio, il fotovoltaico non produce. L’eolico non è esposto a questo handicap e può dare stabilità».
Diamo una dimensione a tutto questo?
«Come emerge dal rapporto che Aero ha commissionato a Intesa Sanpaolo, Politecnico di Bari, Politecnico di Torino, Prometeia e Owemes, la nostra non è soltanto una produzione di energia pulita nel mix energetico è una vera e propria nuova industria che può favorire, in un Paese industrialmente fermo, la nascita di una filiera della portata di 20 GW installati in mare entro il 2050, con rimesse occupazionali di 30mila posti di lavoro».
E allora qual è l’interruttore da accendere per questo booster?
«L’interruttore è a Palazzo Chigi. Il governo deve capire l’interesse nazionale per lo sviluppo di questa filiera. Pale eoliche vogliono dire acciaio, siderurgia, cemento armato, metalmeccanica, logistica, trasporti e tutto il cluster mare. Significa coinvolgere campioni nazionali come Saipem, Fincantieri e Leonardo. Quest’ultima strategica in termini di sovranità tecnologica».
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