Interviste
Forchielli: “Serve un centro pragmatico e coraggioso. La mia Bologna come Boston”
«Per valorizzare i nostri giovani servono concorrenza e innovazione non slogan e più stato». È questo uno dei moniti di Alberto Forchielli, imprenditore, economista, presidente dei centristi liberisti di Ora! (fondato insieme a Michele Boldrin), che si prepara a sfidare Lepore come candidato sindaco a Bologna.
A pochi mesi dal congresso quale è l’obiettivo di “Ora!”?
«Costruire un centro autonomo, orientato allo sviluppo che abbia come priorità: innovazione, merito, apertura ai mercati, concorrenza, riforme concrete e strutturali (come quella dell’Università) per valorizzare i nostri giovani. Offrendo un’opzione pragmatica a chi non si riconosce né nel populismo di destra né nell’ideologismo di sinistra».
Su questa scia si è candidato alle amministrative del 2027 a Bologna. Che cosa proponete per la città?
«Un’amministrazione meno ideologica e più pro-crescita. Tramite una impostazione che metta al centro sviluppo, attrazione di investimenti, e valorizzazione dei poli di ricerca e tecnologici. Tutti temi oggi messi in secondo piano da una amministrazione ideologizzata che predilige puntare su bandiere e slogan piuttosto che sui contenuti. Vogliamo, invece, una Bologna che sia più simile a Boston: una città capace di essere un’eccellenza nell’innovazione e nell’Università e un riferimento per gli investimenti esteri».
E come si può rendere davvero competitiva ed efficace l’università italiana?
«Al nostro Paese servono cinque o sei grandi campus universitari: è lì che nasce la ricerca, l’innovazione e quindi la produttività. Puntando anche su strumenti finanziari innovativi e project financing per costruire strutture moderne e attrarre investimenti privati. Come confermano gli esempi statunitensi… Servono, quindi, atenei privati di livello – come la Bocconi -accanto a un’università pubblica meno corporativa e autoreferenziale. In Italia l’università è spesso sindacalizzata, il merito conta poco, i professori restano nella stessa sede per tutta la vita e i ricercatori guadagnano cifre irrisorie. Poi ci si stupisce se i nostri giovani vanno via. Bisogna invertire questa tendenza mettendo il merito al primo posto».
La maggior parte dei vostri iscritti sono under 40. Da cosa nasce questo successo nelle nuove generazioni?
«Perché diciamo esplicitamente di volere un partito per giovani: programmi e tesi sono orientati al benessere del Paese partendo da loro. Soprattutto cercano risposte pragmatiche: dove studiare, come costruire una carriera, ecc. Tanti giovani, inoltre, sono stanchi dello scontro polarizzato tra visioni radicali, e vogliono, invece, costruire il proprio futuro. E per aiutarli – fermando così l’esodo delle nuove generazioni – servono meritocrazia, concorrenza e dare più spazio ai privati».
E l’UE? Lei ha criticato le normative “green” e altre scelte recenti.
«L’Europa di oggi presenta purtroppo esempi pessimi: leggi ambientali folli stanno decimando l’industria. Non siamo riusciti a sbloccare gli asset russi. E soprattutto non siamo riusciti a chiudere il Mercosur. Ci vorrebbe più compattezza e visione. Purtroppo, invece, una piccola minoranza chiassosa sta bloccando l’apertura di un mercato strategico. È la versione macro di quello che succede in Italia con i taxi e gli Uber. Ovvero proteggere poche categorie contro l’interesse generale».
In un Paese polarizzato, che ruolo ha un centro forte?
«Può attrarre elettori che oggi non votano: abbiamo circa il 50% di astensione. Serve un’opzione di buon senso. E per fare ciò c’è bisogno un centro autonomo che sulle proprie idee sappia collaborare sia con la destra che con la sinistra. Non importa il colore del gatto: l’importante è che prenda i topi. Contano i contenuti non gli schieramenti. Noi abbiamo lavorato mesi sulle tesi congressuali proprio per questa motivazione».
Parliamo di giustizia: come valutate la separazione delle carriere?
«Siamo favorevoli e raccomandiamo di votare sì, ma è solo un primo passo: la riforma complessiva è ancora lontana. Alcuni casi recenti, come quello di Milano, fanno orrore e mostrano che serve un cambiamento più forte».
Ultimo punto: l’automotive e il limite del 2035.
«Il tentativo di modificare il regolamento sul blocco del motore a scoppio dal 2035 è stato timido: non abbiamo avuto coraggio. Stiamo distruggendo un settore che vale circa l’8% dell’economia europea per un effetto globale minimo: l’Europa conta meno dell’1% del totale mondiale del comparto. Serve, quindi, meno fanatismo, più pragmatismo e più ricerca e sviluppo per abbinare crescita e sostenibilità».
© Riproduzione riservata






