Se ne va Gino Paoli, e con lui una stagione della canzone italiana che aveva il coraggio della malinconia e l’ostinazione della libertà. Genovese, classe 1934, protagonista della scuola dei cantautori, Paoli è stato molto più di un autore di capolavori: è stato un intellettuale inquieto, capace di attraversare la politica senza mai farsi ingabbiare.

Nel Novecento fu comunista. Un comunismo vissuto senza dogmi, più esistenziale che ideologico, come spesso accadeva a quella generazione cresciuta tra macerie e speranze. Ma Paoli non è mai stato uomo da appartenenze immobili. E infatti, a un certo punto, ha guardato altrove. Ha cambiato. Ha corretto. Non tutti ricordano che sedette in Parlamento, alla Camera dei deputati, tra il 1987 e il 1992. Fu eletto come Indipendente di Sinistra collegato al Pci e lavorò in Commissione Trasporti. Un’esperienza istituzionale che racconta un tratto preciso del suo carattere: la volontà di incidere, di non limitarsi alla canzone ma di misurarsi con la realtà.

E poi, la sorpresa. Nel 2012, quando molti artisti della sua generazione si erano ritirati in un silenzio rispettoso o in una nostalgia sterile, Paoli tornò a esporsi. Lo fece per sostenere Enrico Musso, candidato sindaco a Genova. Non una scelta ovvia. Musso veniva da un percorso liberale, già dirigente del PLI, senatore con Forza Italia, ma in quella tornata scelse di correre da solo, costruendo una coalizione centrista, quasi un’anticipazione di quel che oggi chiameremmo Terzo polo: liberali puri, radicali, società civile. Paoli si schierò. Contro la sinistra della sua città, contro il centrodestra unito. Si rimise in gioco, senza calcoli. Musso arrivò al 40 per cento: non vinse, ma segnò una faglia. E Paoli, ancora una volta, dimostrò che la libertà non è una parola, ma una scelta di vita.

Comunista, poi eretico, sempre libero. Gino Paoli ha attraversato il tempo senza chiedere permesso. E forse è proprio questo che resta: la capacità, rarissima, di cambiare senza tradirsi. Di vedere, anche quando tutto sembra già scritto, «il cielo sopra noi».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.